La creazione nelle Cronache di Narnia di C.S. Lewis e nel Silmarillion di J.R.R. Tolkien, di Andrea Monda e Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /03 /2015 - 14:49 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione della relazione tenuta dal prof. Andrea Monda il 15 novembre 2013, nel corso della due giorni La Bibbia: un libro da “mangiare”, I edizione. Creazione: Genesi 1 e 2. Due capitoli capitali. Nella trascrizione della relazione è stato inserito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per i file audio delle diverse relazioni, vai al link La Bibbia: un libro da “mangiare” (I edizione). Creazione: Genesi 1 e 2. Due capitoli capitali: tutti i file audio dei due giorni di incontro. Per la trascrizioni relative,  cfr.

Per approfondimenti su Genesi, vai alla sezione Sacra Scrittura.

Il Centro culturale Gli scritti (28/2/2015)

Sono qui a parlarvi di due scrittori, C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien, due inglesi che in effetti contraddicono il novecento letterario. Il novecento letterario era il secolo del mutismo, il secolo dove la parola s’era andata frantumando ed aveva perso di peso, di senso, di significato. Non si poteva dire nulla, non si poteva dire l’uomo, non si poteva dire, senza dubbio, Dio, visto che Dio era morto come aveva gridato profeticamente, in qualche modo, Nietzsche alla fine dell’ottocento.

Oppure pensate ad Auschwitz: con Auschwitz non si può più fare filosofia, non si può più fare poesia, non si può più cantare, non si può più fare letteratura. Pensate a Montale che dice “non chiedeteci la parola” poiché la parola, come la filosofia, è stata allontanata, è stata accompagnata alla porta e congedata.

Ecco che, invece, pochi anni dopo Auschwitz, nel 1950, C.S. Lewis scrive un libro che si intitola “The Lion, the Witch and the Wardrobe”, “Il leone, la strega e l’armadio” che ha un successo enorme che lo costringe, dopo il primo episodio, a scriverne altri sei.

Quindi sette episodi, l’ultimo dei quali è del 1956 del quale ora leggeremo un brano, “The Magician's Nephew”, “Il nipote del mago”, nel quale si narra un nuovo racconto della genesi, basato sulla potenza, sulla forza vitale che è racchiusa nella parola.

“In principio era il Verbo”: questo potrebbe essere il titolo delle avventure di Tolkien e di Lewis, delle avventure umane e letterarie di questi due grandi personaggi che erano professori di filologia a Oxford. Si incontrano negli anni venti, diffidano uno dell’altro, Lewis ateo e Tolkien cattolico, tanto cattolico che alla fine Lewis si converte al cristianesimo.

Dalla filologia si convertono anche alla letteratura, ovvero da studiosi di testi diventano creatori di testi perché Lewis disse a Tolkien se aveva trovato qualcosa di bello da leggere nelle librerie. La risposta di Tolkien fu negativa e così cominciarono a scrivere queste storie l’uno per l’altro e poi per milioni di lettori.

Nel 1956 finisce la saga delle “Cronache di Narnia” e nel 1955 esce “Il Signore degli anelli”: se voi leggete le statistiche dei libri più letti al mondo, a parte la Bibbia che è ovviamente fuori classifica, questi due libri sono tra i primi dieci in classifica.

Quindi questi due oscuri, timidi, schivi  professori di filologia di Oxford diventano gli autori dei libri più amati in tutto il mondo, in tutte le generazioni e in tutte le latitudini e longitudini, contraddicendo il mutismo del novecento. Loro dicono una parola che ha ancora il sapore dell’etica e in tutte e due le grandi saghe che raccontano vi è il momento in cui devono fare i conti con le origini e lo raccontano a modo loro.

Il mio commento sarà molto breve perché ho pensato di venire qui non a parlare di Tolkien e Lewis, ma farveli ascoltare. Vi ho portato Tolkien e Lewis, non loro che sono morti uno nel novembre del 1963 e l’altro nel gennaio del 1973, ma siccome quando uno apre un libro avviene la ricreazione, la risurrezione della poesia e della letteratura,  - quando apriamo Omero, anche se è vissuto quattromila anni fa è qui con noi -, adesso io mi sono portato Pierluigi Misasi che è un attore professionista che io ringrazio, che leggerà alcuni brani.

Sono così belli che non hanno bisogno di grandi commenti: uno è tratto dal “Silmarillion” che è un libro fondamentale di Tolkien che verrà letto per secondo; questo primo che è tratto da “Il nipote del mago” di Lewis non ho potuto fotocopiarlo poiché è spalmato in molte pagine, in molti capitoli del libro e con Pierluigi abbiamo fatto un po’ un taglia e cuci e ora vi affido alla sua voce per farvi ascoltare questo strano racconto di creazione dove ci sono dei contemporanei, degli inglesi degli anni cinquanta anzi del quarantacinque poiché siamo durante la seconda guerra mondiale, che entrano in questo mondo, Narnia, ma che è il nostro mondo, in tempo per assistere alla creazione del mondo che avviene attraverso la parola, attraverso la musica.

In realtà l’esperienza che ci raccontano Lewis e Tolkien noi oggi l’abbiamo già fatta quando abbiamo vissuto l’esperienza del silenzio, accompagnato dalla cetra e dal canto delle monache che ringrazio infinitamente perché più di ogni mia parola quell’esperienza è la cosa che Tolkien e Lewis ci hanno voluto regalare e hanno regalato a milioni di lettori.

[N.B. Non essendo possibile riprendere il testo integralmente per ragioni di copyright, proponiamo qui alcuni brani a partire da una presentazione del racconto su Gli scritti curata da Andrea Lonardo]

«Nel buio stava accadendo qualcosa. Qualcuno aveva cominciato a cantare».

Il mondo di Narnia viene creato dal canto di Aslan. È il suo desiderio, pienamente libero, l’unica origine di tutto ciò che esiste. C. S. Lewis, descrivendo la creazione di Narnia, sta ritraducendo in un nuovo linguaggio poetico l’antico testo di Genesi, anch’esso poesia e verità. La creazione comincia dal nulla, non da cose preesistenti. Non emerge dalla distruzione di Charn – un mondo che la strega ha annichilito:

«- Questa non è Charn - intervenne la strega. - Questo è un mondo vuoto, è il nulla.
E in effetti quel luogo era indefinito come il nulla. Non c'erano stelle, e il buio era cosi fitto che non riuscivano a vedersi uno con l'altro, tanto che sembrava perfino inutile tenere gli occhi aperti. Sotto i piedi avevano una superficie fredda e piatta, che poteva anche essere terra. Sicuramente non si trattava di erba né di legno. L'aria era fredda e asciutta e non spirava un alito di vento.
- La mia ora è giunta - disse la strega con una voce che avrebbe fatto rabbrividire chiunque
».

La creazione ha origine solo dal canto armonioso di Aslan, da Cristo stesso. È il cocchiere di Fragolino, che a Londra era stato obbligato a condurre la strega per le strade della città, il primo ad accorgersi dell’inizio della creazione:

«- Silenzio! - intimò loro il cocchiere. Tutti tacquero e ascoltarono.
Nel buio stava accadendo qualcosa. Qualcuno aveva cominciato a cantare. La voce doveva provenire da molto lontano, e per quanto Digory si sforzasse di capire da dove giungesse, non ci riusciva. Talvolta sembrava arrivare da tutte le direzioni, e talvolta pareva scaturire da sotto terra. Le note più basse di quel canto erano cosi profonde che si poteva pensare che fosse la terra stessa a produrle. Era una melodia senza parole e senza un motivo ricorrente, ma nonostante questo era la musica più bella che avessero mai ascoltato. Si faceva perfino fatica a seguirla, tanto era emozionante. Fragolino sembrava esserne entusiasta. Emise uno di quei nitriti che un cavallo potrebbe lanciare se, dopo anni di fedele servizio attaccato alle stanghe di una carrozza, improvvisamente facesse un salto a ritroso nel tempo e si ritrovasse nel prato dove era solito giocare quando era ancora un puledro, e, come per incanto, riconoscesse l'adorato padrone di un tempo, quello che era solito attraversare il campo per regalargli uno zuccherino.
- Santo cielo - disse il cocchiere - non è incantevole? Poi, improvvisamente, accaddero due cose inspiegabili. Innanzitutto, a quella voce se ne unirono molte altre, più di quelle che uno potrebbe immaginare. Ed erano voci in armonia con la prima, ma molto più acute: erano voci fredde e argentine. La seconda cosa che sorprese i nostri amici fu che il cielo nero sopra di loro divenne tutto trapunto di stelle. Ma queste stelle non comparvero a una a una, quasi timidamente, come accade nelle sere d'estate. Si mostrarono tutte assieme là dove un istante prima c'era l'oscurità più profonda, ed erano migliaia di fonti che emanavano luce, di punti luminosi che comprendevano stelle singole, costellazioni, pianeti, tutti più splendenti e più grandi che nel nostro mondo. Non c'erano nubi. Le nuove stelle comparvero insieme con le voci che cantavano quella sublime melodia. Se aveste avuto la fortuna di assistere a uno spettacolo del genere, come Digory, avreste certamente pensato che fossero le stelle stesse a cantare e che era stata la prima voce, quella profonda, a far apparire le stelle e a dar loro l'ordine di cantare.
- Perbacco! - disse il cocchiere. - Sarei stato più buono in vita se avessi saputo dell'esistenza di questa meraviglia!
La voce della terra si era fatta più forte, più trionfante, mentre le voci del cielo, dopo averla accompagnata a lungo, divennero sempre più deboli. Ma non è finita qui, ragazzi.
Lontano, sulla linea dell'orizzonte, il cielo cominciò ad assumere un colore grigiastro, mentre si levava un venticello fresco. Il cielo, proprio in quel punto, pian piano si fece sempre più chiaro, tanto che si stagliava contro un profilo di colline. La voce, intanto, continuava a cantare.
Presto ci fu luce sufficiente da permettere ai nostri amici di vedersi. Il cocchiere e i due bambini erano a bocca aperta, gli occhi che brillavano per lo stupore e la magnificenza di quel paesaggio
».

«Perbacco! - disse il cocchiere. - Sarei stato più buono in vita se avessi saputo dell'esistenza di questa meraviglia!». Lo splendore di bellezza desta il desiderio di essere migliori, ma genera, insieme, la rivolta. Lo zio Andrew, mago cattivo, e, soprattutto, la strega, non godono della vita che nasce, anzi ne desiderano la fine, la morte. Vogliono che il nulla riprenda il suo posto:

«Anche lo zio Andrew era a bocca aperta, ma non pareva molto felice di essere lì. Sembrava quasi che il mento gli si fosse momentaneamente staccato dal resto della faccia. Aveva le spalle curve e le ginocchia che vacillavano. A lui la voce non piaceva, e se avesse potuto fuggire via di li attraverso la tana di un topo, vi posso assicurare che lo avrebbe fatto.
La strega, invece, sembrava essere l'unica ad aver compreso il significato di quella musica. Se ne stava a bocca chiusa, le labbra quasi incollate, e teneva i pugni stretti. Aveva capito fin dall'inizio del canto che in quel mondo dominava una magia diversa dalla sua e sicuramente più potente, e non poteva sopportarlo. Avrebbe distrutto quel mondo e anche tutti gli altri mondi se fosse stato necessario, pur di far cessare quella nenia
».

La luce creata irrompe progressivamente, illuminando pienamente tutto:

«Fragolino, dal canto suo, se ne stava con le orecchie belle dritte e frementi, e ogni tanto sbuffava e picchiava gli zoccoli sul terreno. Era fiero e maestoso, e guardandolo non avreste mai detto che un tempo aveva trainato una carrozza. Ora si che sembrava figlio di suo padre!
Il cielo bianco dell'est si colorò di rosa, poi divenne dorato. La voce era sempre più alta, fino a che l'aria non cominciò a vibrare. E quando la melodia divenne ancora più potente e più gloriosa, il sole sorse.
Digory non aveva mai visto un sole simile. Il sole che illuminava le rovine di Charn sembrava più antico del nostro; questo, al contrario, sembrava più giovane. Si poteva quasi pensare che ridesse di gioia, mentre sorgeva. E quando i suoi raggi presero a bagnare di luce la terra, i viaggiatori poterono finalmente conoscere il luogo che li ospitava. Era una vallata, percorsa da un grande fiume che scorreva in direzione del sole. Verso sud c'erano montagne, e verso nord dolci colline. Ma nella valle non c'erano alberi né cespugli, e neppure un filo d'erba
».

E finalmente è possibile scorgere l’autore del canto:

«La terra era ricca di colori brillanti, caldi, luminosi, e i nostri eroi ne rimasero affascinati, per lo meno fino a quando non videro colui che cantava, perché allora dimenticarono tutto il resto.
Era un leone. Immenso, irsuto e luminoso, stava di fronte al sole appena sorto e aveva la bocca aperta per il canto. Si trovava a trecento metri da loro
».

Aslan inizia a cantare in modo nuovo e nuove creature appaiono. Ancora una volta è il cocchiere a chiedere il silenzio per ascoltare la sua voce:

«- Non fate rumore - intervenne il cocchiere. – Voglio ascoltare la musica nuova.
Il cocchiere aveva ragione. Ora il canto era diverso.
Il leone andava avanti e indietro in quella terra deserta, cantando la sua nuova canzone. Era un canto più dolce e più melodioso di quello con cui aveva richiamato le stelle e il sole; era una musica gentile e carezzevole. E mentre il leone camminava e cantava, l’erba rendeva verde la vallata; cresceva intorno al leone come fosse una polla d’acqua che si allargava a vista d’occhio e risaliva come un’onda i pendii delle collinette. In pochi minuti raggiunse le pendici delle montagne più lontane, rendendo via via sempre più dolce quel giovane mondo. Adesso si poteva perfino sentire il vento carezzare l’erba.
A poco a poco, altre cose cominciarono a spuntare. Le pendici più alte si ricoprirono di erica e nella vallata comparvero macchie irregolari di un verde meno uniforme. Digory non si rese ben conto di cosa si trattava fino a che questa sorta di vegetazione non cominciò a spuntare vicino a lui. Era una cosina appuntita che cresceva di alcuni centimetri al secondo buttando fuori dozzine di propaggini che si coprivano man mano di verde. Adesso Digory ne era completamente circondato, e non appena divennero alte almeno quanto lui il ragazzino esclamò sorpreso: - Alberi... sono alberi!
».

Ripetutamente il cocchiere chiede a tutti di tacere per contemplare l’opera che viene compiuta:

«- La smetta capo! - Intervenne il cocchiere. – La smetta di parlare e guardi, ascolti cosa succede, per favore!
Come sempre il cocchiere aveva ragione. C’erano tante cose da guardare e da ascoltare!
».

Polly, amica di Digory, si accorge che le cose vengono all’esistenza per la voce di Aslan e per il suo canto, che assume modulazioni diverse:

«Intanto il leone continuava a camminare su e giù, avanti e indietro senza mai cessare il suo canto, e ad ogni giro si faceva più vicino ai nostri amici incutendo loro una certa paura. Da parte sua Polly trovava che la canzone del leone fosse sempre più interessante, perché le pareva che ci fosse un legame fra la musica e le cose che stavano accadendo. Fu del tutto convinta di questo quando, a un centinaio di metri, una fila di abeti comparve su un crinale, accompagnata da note acute e prolungate. E quando il leone eseguì una rapida serie di note più lievi, Polly non si stupì affatto nel vedere le primule spuntare dappertutto. Così, per una inspiegabile sensazione. Polly era certa che tutto ciò che stava nascendo, in quel giovane mondo, uscisse “dalla testa del leone” (come ebbe poi a dire) “perché, quando ascoltavi la sua canzone, potevi sentire quello che stava creando; poi ti guardavi intorno e ammiravi con i tuoi occhi”».

Il leone, spalancando le fauci, mostra la sua potenza, una onnipotenza che dona vita, non uno sterile potere che la sottrae:

«Le sue [di Aslan] fauci enormi erano spalancate, ma per cantare, non per colpire».

La sua presenza così misteriosa è all’origine del desiderio di comunione, anche se esso si dovesse presentare, come nella storia del biblico Giacobbe, sotto la forma della lotta:

«In pochi minuti Digory raggiunse il limitare del bosco e si fermò. Il leone, intanto, proseguiva nel suo canto, ma la canzone era mutata ancora. Un motivo unico, sempre lo stesso, stavolta più tempestoso. Ascoltandolo, veniva voglia di saltare, di scalare le montagne, di gridare, di raggiungere qualcuno e di abbracciarlo, oppure di lottare con lui».

Dopo la vegetazione, ecco il miracolo della vita animale:

«Ma l’effetto che la melodia aveva sugli umani era nulla al confronto di quello che poté su quella terra. Riuscite a immaginare una distesa erbosa che cominci a ribollire come l’acqua nella pentola? Vi sembra strano, vero? Eppure questa descrizione calza a pennello. In ogni direzione si formarono montagnole, alcune simili a quelle delle talpe, altre grandi come una carriola, e due addirittura alte quanto una casetta. Tutte queste protuberanze si muovevano e si scuotevano, fino a che non scoppiarono, e da ognuna di esse venne fuori un animale.
Le talpe vennero fuori come sono solite fare capolino le talpe. I cani sbucarono di testa, e cominciarono subito ad abbaiare e a divincolarsi, come quando rimangono prigionieri nello stretto varco di una siepe. I più bizzarri da osservare furono i cervi, perché naturalmente misero fuori innanzitutto le corna e poi il resto, così che Digory a tutta prima pensò che le corna fossero degli alberi. Le rane, che spuntarono vicino alle rive del fiume, appena uscite entrarono saltellando nell’acqua, con un sonoro gracidio. Le pantere, i leopardi e gli altri felini si accucciarono immediatamente per ripulirsi della terra che era rimasta attaccata al pelo, e poi affilarono gli artigli sugli alberi. Non potevano mancare gli uccelli, che uscivano a stormi dagli alberi. E mentre le farfalle volavano spensierate, le api iniziavano solerti a saccheggiare i fiori, come se non avessero tempo da perdere. Ma il momento più emozionante fu quando la collinetta più grande cominciò a spaccarsi, quasi come durante un terremoto, e si poté cominciare a intravedere la schiena dell’elefante, seguita dalla testa enorme e prudente dell'animale; infine uscirono le quattro zampe immense, che sembravano dei calzoni raggrinziti.
La canzone del leone, ora, si poteva udire appena, perché si confondeva in mezzo a tanto gracchiare, tubare, gracidare, ragliare, nitrire, abbaiare, muggire, belare, barrire.
Ma anche se non sentiva più il canto del leone, Digory riusciva ancora a vedere la bestia. Era talmente enorme e fulgida, quella magnifica creatura, che il ragazzo non poteva staccarne gli occhi. Per quanto riguarda gli altri animali, essi non sembravano avere paura del leone. A un certo punto, Digory senti alle spalle un rumore di zoccoli, e dopo un secondo Fragolino passò davanti a lui al trotto e andò a unirsi agli altri animali
».

Ed ecco apparire la ragione, la libertà e l’amore: ecco l’uomo. Il leone sceglie alcuni animali perché parlino, perché si differenzino dagli altri esseri viventi creati. Ogni bambino sa che esistono animali che parlano e, nei panni di quegli animali, egli comincia a sperimentarsi nei sentimenti e nelle piccole e grandi questioni della vita:

«Infine il leone tacque e prese a camminare avanti e indietro in mezzo agli animali. Di tanto in tanto (la cosa sorprese non poco Digory) si avvicinava a due di essi, sempre due alla volta, un esemplare maschio e un esemplare femmina, e strusciava il suo naso contro il loro. Scelse due castori fra i castori, due leopardi fra i leopardi, un cervo maschio e un cervo femmina fra i cervi, e altri animali, tralasciando però alcune specie. Le coppie che aveva toccato con il naso lasciarono il loro gruppo all’istante e lo seguirono. Infine si fermò e tutti gli animali che aveva prescelto formarono un grande cerchio intorno a lui, mentre gli altri cominciarono a disperdersi in lontananza».

Aslan infonde negli animali parlanti uno “spirito di vita” ed essi diventano coscienti di sé:

«Molti animali si sedettero sulle zampe posteriori e moltissimi, quasi volessero ascoltare meglio, piegarono leggermente la testa su un lato. Il leone apri la bocca, ma non emise alcun suono. Respirò invece profondamente, un respiro lungo, quasi tiepido, che sembrò scuotere tutte le creature lì riunite come il vento scuote un filare di alberi. Lassù, lontano, dietro la cortina del cielo azzurro, le stelle cantarono di nuovo. Una musica complessa, pura, quasi fredda. Poi un lampo di fuoco comparve, simile a una saetta. Opera del leone, oppure partorito dal cielo: questo non fu dato saperlo. Il lampo non incenerì nessuno, ma il sangue dei bambini fremette ed essi udirono la voce più fiera che avessero mai sentito. - Narnia, Narnia, Narnia, svegliati. Ama. Pensa. Parla. Che gli alberi camminino. Che gli animali parlino. Che le acque siano sacre».

Alla parola di Dio risponde la voce dell’uomo, creato per il dialogo con l’Infinito, creato dalla Parola, unico essere capace di corrispondere con parole alla Parola:

«Quella era la voce del leone. I bambini avevano sempre saputo che prima o poi il leone avrebbe parlato, ma quando sentirono la sua voce provarono un’emozione fortissima.
Dal folto degli alberi fecero capolino dèi e dee dei boschi, accompagnati da fauni, satiri e gnomi. Dalle acque emerse il dio del fiume, con le naiadi sue figlie.
E tutte le creature e tutti gli animali, con voci diverse, alte o basse, cupe o chiare, salutarono con queste parole: - Salute, o Aslan. Abbiamo udito e ti obbediamo. Noi siamo svegli. Noi amiamo. Noi pensiamo. Noi parliamo. Noi sappiamo.
- Veramente io vorrei saperne di più - disse una voce nasale in tono gentile. E i bambini sobbalzarono, visto che era stato il cavallo del cocchiere a parlare.
- Bravo Fragolino! - esclamò Polly. - Sono proprio contenta che tu sia stato prescelto per diventare un animale parlante. - E il cocchiere, che si trovava accanto ai ragazzi, aggiunse: - Che mi venga un colpo! Però l’ho sempre detto che quel cavallo ha un sacco di buon senso!
».

Aslan manifesta che tutta l’opera del creato è stata fatta in vista degli animali parlanti. Più ancora fa dono agli uomini della coscienza di sé. Più ancora, fa loro dono di se stesso:

«- O nobili creature, io vi faccio dono di voi stessi - annunciò la voce severa ma lieta di Aslan. - Da ora e per sempre la terra di Narnia vi apparterrà. Ecco, io vi consegno le foreste, i frutti, i fiumi. Vi dono le stelle, vi dono me stesso».

Al sorgere della relazione e dell’amore, corrisponde anche la capacità di ridere delle situazioni! Esiste il riso perché si può promettere e non mantenere, perché burla e giustizia vanno di pari passo con la parola:

«Anche le bestie mute che non ho prescelto vi appartengono. Trattatele con gentilezza e con amore, ma non ricadete mai nei loro costumi, a meno che non vogliate cessare di essere animali parlanti. Perché voi siete stati scelti fra loro, e fra loro potete ritornare. Vi esorto a non farlo!
- No, Aslan, non lo faremo, non lo faremo - gridarono tutti all’unisono. Poi una cornacchia impertinente aggiunse: - E ci puoi giurare. - Intanto tutti avevano finito di osannare Aslan, e cosi quelle parole rimbombarono come una grancassa nel silenzio assoluto. Forse vi siete trovati anche voi in una situazione simile, magari a una festa, dove gli ospiti, quando meno te lo aspetti... Comunque, tornando a noi, la povera cornacchia era cosi imbarazzata che nascose immediatamente il capo sotto l’ala, come se stesse dormendo. Allora tutti gli altri animali cominciarono ad emettere degli strani suoni, che era poi il loro modo di ridere, anche se ovviamente nessuno di noi ha mai sentito una cosa simile nel nostro mondo. Dopo un po’ tutte le creature cercarono di darsi un contegno, ma Aslan disse: - Ridete pure e non abbiate timore. Ora che non siete più muti e privi d’intelletto, non avete più bisogno di essere seri. Perché la burla, cosi come la giustizia, va di pari passo con la parola!
Cosi, finalmente, si sciolsero le righe e gli animali cominciarono ad allontanarsi per conto loro. E nell'aria si poteva respirare una tale felicità che la cornacchia si fece coraggio e andò a posarsi fra le orecchie di Fragolino, dicendo: - Aslan! Aslan! Sono stata la prima a fare una burla? Lo sapranno tutti che sono stata io a fare la prima burla?
- No, piccola amica - rispose il leone - tu non hai fatto la prima burla. Tu sei la prima burla. - Allora tutti scoppiarono a ridere di nuovo, più forte di prima. Anche la cornacchia si unì a quelle risa, per nulla offesa dalla risposta di Aslan, e rise forte finché Fragolino scosse la testa, facendole perdere l'equilibrio. Stava per cadere a terra quando si ricordò di aver ricevuto in dotazione un bel paio di ali, e le aprì in tempo
».

Ma subito, non appena tutto è stato originato, ecco che il peccato entra nel mondo e bisogna difendersene. Gli uomini, animali parlanti, non hanno neanche bene capito cosa sia il male, ma esso è già lì, contro il leone, contro di loro, contro Narnia e tutto il creato.

«- Cari amici, ora che Narnia è nata dobbiamo preoccuparci della sua sicurezza. Chiamerò qualcuno di voi al mio fianco, nel grande consiglio. Vieni avanti, o capo degli gnomi, e anche tu, dio del fiume. Sarai al mio fianco, grande quercia, e voglio anche te, gufo. Poi i due corvi e l’elefante maschio. Venite, dobbiamo parlare fra noi. Perché il nostro mondo è nato solo da poche ore e già è qui fra noi un essere cattivo.
Le creature che Aslan aveva convocato si fecero avanti e si incamminarono con il leone verso est. Gli altri animali rimasero a chiacchierare fra loro, commentando quello che Aslan aveva appena svelato.
“Che cosa ha detto? Chi è appena entrato nel nostro mondo? lo non ho capito bene, e tu? Ma possibile che nessuno abbia capito? Mi pare abbia parlato di un catino? E che cos'è un catino? No, ha detto battivo! Si battivo!”
».

Lewis non descrive solo la bontà e la bellezza della creazione, ma, subito, anche l’insinuarsi in essa di qualcosa che non proviene dal canto di Aslan. È il contrapporsi del male. Ed è l’uomo che gli ha permesso di entrare nel mondo:

«Poi il leone parlò di nuovo, ma stavolta non si rivolse a Digory.
- Cari amici, il mondo nuovo che vi ho donato ha solo sette ore di vita e già una forza maligna si é introdotta dentro di esso, risvegliata e condotta qui dal figlio di Adamo.
Tutte le creature di Narnia, Fragolino compreso, puntarono i loro occhi su Digory, al punto che il ragazzo provò il desiderio ardente di essere inghiottito dalle viscere della terra, pur di scomparire da li.
- Ma non per questo ci dobbiamo arrendere - prosegui il leone, parlando ancora a tutte le bestie. - Da questa presenza maligna scaturirà altro male, ma esso è ancora lontano, e comunque sarò io ad affrontarlo in modo che il male peggiore cada su di me. Per adesso, facciamo si che per centinaia e centinaia di anni questa sia la regione felice di un mondo felice. E dal momento che la stirpe di Adamo ha portato il male, la stirpe di Adamo ci aiuterà a combatterlo. Venite avanti, voi due!
».

Digory, infatti, non obbedendo ad un monito, inciso nel mondo incantato di Charn, aveva permesso alla strega di
destarsi da un incantesimo e di penetrare a Narnia. La presenza del male rattrista Aslan più di quanto rechi dolore ad ogni creatura terrestre
. Questo diviene manifesto quando Digory, dopo aver accettato di aiutare il leone nella lotta contro il male, gli racconta della madre che, malata, è prossima alla fine:

«Figlio di Adamo - disse Aslan - sei pronto per combattere e annientare il male che hai fatto alla mia dolce terra di Narnia nel giorno della sua nascita?
- Be', non so proprio che cosa potrei fare - rispose Digory. - La regina è fuggita via e...
- Ti ho chiesto se sei pronto - lo interruppe il leone.
- Si - disse Digory. Per un attimo aveva anche pensato di rispondere: "Cercherò di darvi una mano a patto che mi promettiate di aiutare la mia mamma", ma per fortuna si rese conto che il leone non era assolutamente il tipo di persona con cui poter scendere a compromessi. Ma appena ebbe risposto «Si» pensò a sua madre, alle grandi speranze che aveva nutrito di poterla salvare, e a come esse erano svanite; gli salì un groppo alla gola, gli occhi gli si riempirono di lacrime e sbottò: - Ma vi prego, vi prego, datemi qualcosa che aiuti la mamma a stare meglio.
Fino a quel momento, gli occhi di Digory avevano fissato le zampe enormi e i grandi artigli di Aslan. Ora, preso dalla disperazione, il ragazzo aveva finalmente trovato il coraggio di guardare in faccia il leone. Quello che vide fu una delle cose più sorprendenti della sua vita. Infatti il muso fulvo del leone era chino verso di lui e, meraviglia delle meraviglie, gli occhi della grande creatura brillavano, gonfi di lacrime. Ed erano lacrime cosi grandi in confronto a quelle di Digory, che per un attimo il ragazzo pensò che il leone fosse più addolorato di lui per la sorte della mamma
».

Aslan invia Digory per una missione di salvezza, che lo farà misurare con la forza del peccato di origine; anch’esso sarà descritto, come la creazione, poeticamente. Il bambino, portato in volo insieme a Polly da Fragolino, divenuto cavallo alato, giunge nel giardino nel quale il leone lo ha inviato a cogliere da un albero un frutto, facendosi promettere di non nutrirsene per sé, ma di portarlo a Narnia perché sia piantato per salvare la creazione dal male. All’ingresso del giardino, Digory trova scritto:

«Entra per il cancello d’oro
o non entrare affatto.
Prendi la mia frutta per gli altri
o non toccarla affatto,
perché coloro che ruberanno nel mio giardino
e queste mura scavalcheranno
non soddisferanno i desideri del cuore
ma dolore e disperazione troveranno
».

Lewis presenta il peccato originale come la rapina di ciò che si può solo ricevere in dono ed, insieme, come il tenere per sé ciò che è per tutti. Nel giardino è già entrata la strega Jadis che tenta il piccolo Digory, cercando di insinuare in lui il dubbio contro Aslan. E se Aslan non fosse l’amante della vita, ma l’eterno invidioso? E chi del leone si fida trovasse alla fine non il bene, ma la rovina?

«- Stolto! - replicò la strega.- Perché fuggi da me? Io non voglio farti del male. Se non ti fermi ad ascoltarmi, non saprai mai il segreto che potrebbe renderti felice per tutto il resto della vita!
- Grazie tante, non mi interessa - rispose Digory. Ma nonostante questo, ascoltò le parole della strega. - Io so perché ti trovi qui - prosegui la strega - perché c’ero io vicino a voi, la notte scorsa, e ho sentito tutto quello che vi siete detti, tu e la tua amica. Hai colto un frutto in quel giardino là e lo hai riposto in tasca. Devi portarlo indietro, senza poterlo assaggiare, perché lo devi consegnare al leone, cosi che possa mangiarlo lui, possa servirsene lui. Povero ingenuo! Ma lo sai che frutto è quello? Te lo dirò. Lo hai colto dall'albero della giovinezza, dall’albero della vita. Io lo so perché l’ho mangiato, e i suoi effetti comincio già ad avvertirli. Adesso sono certa che non invecchierò e che non morirò mai. Avanti, assaggialo, questo frutto, cosi vivremo in eterno e governeremo questo mondo o il tuo mondo, se tu vorrai tornare indietro. Io sarò la regina, e tu il re.
- No, grazie tante, ma non mi interessa. Non m’importa di vivere in eterno, se intanto tutte le persone che conosco mi avranno lasciato. Io desidero una vita normale, voglio morire e poi andare in paradiso.
- E cosa ne sarà della tua mamma? Eppure tu dici di volerle tanto bene!
- Cosa c’entra la mia mamma? - Ma non capisci, ingenuo che sei, che un solo morso di quella mela potrebbe guarirla per sempre? Avanti, tu hai la mela in tasca e noi due siamo qui da soli, lontanissimi dal leone. Usa tutti i tuoi poteri e torniamo nel tuo mondo. In meno di un minuto sarai al capezzale di tua madre e potrai farle assaggiare il frutto della giovinezza. Cinque minuti più tardi le sue guance riacquisteranno colore e lei ti dirà di non sentire più dolore. Dopo qualche minuto ancora, ti dirà che si sente forte, sempre più forte, poi cadrà in un sonno profondo. Pensa, un sonno ristoratore, dolce, sereno, senza sofferenza, senza dover più prendere le medicine. Il giorno successivo ti comunicherà che ormai sta benissimo, e comincerà a riprendersi a meraviglia. Nella tua casa tornerà la gioia e tu, finalmente, avrai accanto a te la tua mamma, come tutti gli altri ragazzi!
- Ah! – L’esclamazione di Digory suonò come un lamento soffocato. Il ragazzo si portò la mano alla testa: sapeva bene che la scelta che aveva di fronte era terribile e definitiva.
- Il leone che cosa ha fatto per te? Perché mai dovresti essere suo schiavo? - insistette la strega. - Come potrà aiutarti quando sarai tornato nel tuo mondo? E cosa penserà mai tua madre, quando verrà a scoprire che tu avevi la possibilità di guarirla e di riportarla alla vita e di far sì che il cuore di tuo padre non si spezzasse per il grande dolore, e che invece hai preferito fare da messaggero a un animale feroce, in uno strano mondo che non ha nulla a che vedere con il tuo?
- Io... io non credo che il leone sia un animale feroce - disse Digory con la voce quasi inaridita. - Lui... lui è... Io non lo so...
- Ascolta bene, lui è molto peggio di un animale feroce. Guarda come ti ha ridotto: un bambino senza cuore. E cosi accade a tutti quelli che lo stanno a sentire. Bambino crudele e insensibile! Faresti morire la tua mamma piuttosto di...
- Oh, sta’ zitta! - gridò l’infelicissimo Digory, sempre con la stessa voce. - Credi forse che non capisca? Ma io ho fatto una promessa!
- Ma tu non potevi sapere che cosa andavi a promettere. E nessuno qui ci troverebbe nulla da dire. - La mamma sì - prosegui Digory, che ormai non aveva più la forza di parlare. - La mamma non approverebbe il mio comportamento. È stata lei a insegnarmi che si devono mantenere le promesse, che non si deve rubare, e altre cose di questo tipo. Lei stessa sarebbe la prima a dirmi di non farlo, se fosse qui.
- Ma scusa, perché mai dovrebbe saperlo? - chiese la strega con una voce dolce e suadente che strideva con quel volto tanto crudele. - Non hai bisogno di dirle dove hai preso quella mela, e neppure tuo padre dovrà mai saperlo. Nessuno del tuo mondo potrà mai immaginare la verità. E per quanto riguarda l’unica testimone, la bambina, intendo, puoi lasciarla qui.
La strega non avrebbe mai dovuto dire una cosa del genere. Naturalmente Digory sapeva che Polly sarebbe comunque potuta tornare a casa con l’anello che aveva in tasca, ma questo la strega non poteva immaginarlo, e il suggerimento che gli aveva dato, vale a dire abbandonare Polly, gli fece improvvisamente capire che tutto quello che la donna aveva detto finora era falso e vuoto. E anche se era afflitto, ora aveva le idee chiare e si rivolse alla strega con un tono ben diverso. - Senti un po’ -le disse con voce decisa. - Che t’importa di tutto questo? Perché all’improvviso ti mostri tanto interessata alla sorte di mia madre? Cosa c’entra lei con te?
Avanti, scopri il tuo gioco!
».

Digory scopre così che è la strega a non avere a cuore il bene, il bene suo, quello di Polly, quello di Narnia, quello di sua madre. È lei, e non il leone, la grande menzognera. Decide così di portare a termine la sua missione e di portare il frutto appena colto ad Aslan, per la salvezza di Narnia. Una volta tornati dal leone, è quest’ultimo a parlare ancora del dramma che si compie dinanzi a quel frutto:

«È per questo che ora la strega ha orrore per tutto quello che la circonda. Questo è ciò che accade a quelli che colgono e mangiano i frutti al momento sbagliato e nel modo sbagliato. I frutti sono buoni, ma loro li odieranno subito e per sempre».

E prosegue raccontando cosa è avvenuto alla strega che ne ha mangiato:

«La strega ha esaudito il suo desiderio più grande: l’attendono giorni gagliardi, eterni, in cui penserà di essere al centro del mondo e di tutte le cose. Ma vivere in eterno con il cuore corroso dal male e dalla cattiveria significa vivere nella disperazione e nel dolore. E questo la strega ha già cominciato a capirlo [...] perché quel frutto ha sempre effetto, ma per quelli che lo colgono per soddisfare il loro egoismo si tratta di un effetto funesto».

Digory non ha, invece, sottratto il frutto e può riceverlo in dono. Aslan gli dice:

«Questo è quanto sarebbe accaduto con una mela rubata. Ma non è quello che accadrà adesso. Adesso ti darò ciò che ti regalerà gioia e felicità. Si tratta di qualcosa che, nel tuo mondo, non potrà renderti eterno, ma potrà servirti a guarire dolore e malattie. Vai, cogli una mela dall’albero!».

Prima che Digory, insieme a Polly, possa tornare a Londra e guarire la madre con la “mela della vita”, Aslan invita i due bambini a nascondere tutti gli anelli magici che troveranno – basta la presenza di Aslan per attraversare i mondi e la magia è ormai inutile, anzi dannosa – e li ammonisce sul potere del male, ricordando che la strega Jadis ha distrutto Charn tramite la magica “parola deplorevole”. A Charn erano giunti saltando in uno stagno e tenendo in mano un anello con la sua forza magica:

«Vi siete ritrovati dove il sole morente illuminava le rovine di Charn. Adesso questo stagno è scomparso perché il mondo di Charn è finito. Come se non fosse mai esistito. Fate in modo che la discendenza di Adamo ed Eva tragga insegnamento da questo!
- Sì, Aslan – risposero in coro i due bambini. E Polly aggiunse: - Ma noi non siamo proprio cattivi come in questo mondo, vero?
- Non ancora, figlia di Eva – rispose Aslan – non ancora. Ma il vostro mondo si avvia a eguagliare quel primato, e non è detto che qualcuno di voi non riesca un giorno a scoprire un segreto come la parola deplorevole, e non decida di usarlo per distruggere tutti gli esseri viventi. Presto, molto presto, prima che la vecchiaia tinga di bianco i vostri capelli, le grandi nazioni del vostro mondo saranno governate dai tiranni. A loro simili in tutto all’imperatrice Jadis, non interesseranno la gioia, la giustizia, la compassione
».

Quando Digory, tornato con Polly a Londra, entra dalla madre con la “mela della vita”,

«il profumo del frutto della giovinezza era tale che pareva ci fosse una finestra, nella stanza, aperta sul paradiso».

Il frutto guarisce la madre e Digory può vedere, infine, il compiersi del miracolo.
Digory decide, infine, di piantare il torsolo avanzato da quel frutto. Lewis si sofferma a raccontarci che da esso nascerà l’albero con il cui legno sarà fatto l’“armadio” nel quale un giorno si nasconderà Lucy. Ma questa è un’altra storia. La storia di Polly e Digory è solo l’inizio di ogni storia!

Le Cronache di Narnia raccontano che, in ogni momento difficile della vita, Digory e Polly si ricordarono dell’incontro con Aslan e, ripensando a quel momento, trovarono sempre in quel pensiero la speranza e la forza. Perdersi nel suo sguardo significava essere entrati nel mistero divino:

«I bambini guardavano adesso il leone, mentre Aslan concludeva il suo discorso. E subito (non capirono mai come fosse potuto accadere) quel volto parve trasformarsi in un mare dorato nel quale essi navigavano. E furono investiti da una gioia e da una potenza tale che pensarono di non essere mai stati saggi, vivi, svegli, felici, prima di allora. E il ricordo di quel momento li accompagnò per tutta la vita, al punto che, fino a che vissero, ogni volta che erano tristi, arrabbiati o impauriti pensavano a quella felicità dorata, a quella profusione di bene, e l’impressione che tutto questo fosse ancora lì, vicino a loro, dietro l’angolo, quasi a portata di mano, li faceva sentire subito meglio».

[Riprende da qui in poi la relazione di Andrea Monda]

Il racconto di Lewis è del 1956 e la cosa interessante è che Lewis descrive, anche se con tono quasi umoristico, la creazione e la fondazione solenne di Narnia. Non lo scrive nel primo dei sette libri, bensì nell’ultimo e questo è molto interessante e ci dice qualcosa.

Non sono un biblista della finezza di Don Andrea, ma la Genesi non è il primo libro scritto nella Bibbia ma è quasi uno degli ultimi. Il libro della Genesi viene redatto nel periodo esilico, post-esilico e questo ci dice che ci vuole molto tempo per riflettere sulla nostra creazione, sulla nostra nascita e sulle nostre origini: prima o poi, però, l’uomo si deve porre questa questione, questa domanda.

Noi nasciamo e non ci ricordiamo nulla della nostra nascita e magari solo crescendo e invecchiando cominciamo a vedere le vecchie foto, le foto di chi ci ha preceduto e ci poniamo la domanda: “Da dove veniamo?” Per dirla in maniera molto pop, abbassando il livello, mi ricordo quando è uscito il primo episodio della trilogia di “Guerre stellari” o meglio della seconda trilogia di “Guerre stellari”, quella che raccontava le origini, c’era il sottotitolo – gli americani sono bravi con il marketing – che diceva così: “Ogni saga ha un inizio”.

L’orizzonte è lo stesso, ma il tono dell’inizio che ora leggiamo no. Vedete l’importanza della parola. Nel novecento del mutismo Lewis osa dire una parola con la “P” maiuscola e osa scommettere sul fatto che l’uomo non è muto, è capace di parlare perché è capace di ascoltare e allora il silenzio è fondamentale.

In quegli anni il grande teologo Rahner dirà che l’uomo è innanzitutto uditore della parola. Noi abbiamo questo straordinario senso che è l’udito, da cui – ci dicono – viene la fede ed è un senso straordinario perché è involontario: noi possiamo chiudere gli occhi, possiamo chiudere la bocca, ma le orecchie non le possiamo chiudere. Qui si gioca anche la libertà e la dignità dell’uomo, la capacità di rispondere, di corrispondere ad una parola che ci viene data e ci raggiunge.

Adesso passiamo, invece, a Tolkien che ben prima degli anni cinquanta, intorno agli anni venti, durante l’esperienza della prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, mette mano a quello che lui chiamò “Il leggendario”, una raccolta di leggende che gli servivano da magazzino per poi scrivere il suo capolavoro che è “Il Signore degli Anelli”.

Qui invece lui ha bisogno di raccontare l’origine e la racconta – sentirete subito il tono solenne e aulico – in maniera molto simile a quello che è il testo di Genesi anche se con delle diversità, delle intonazioni, ma siamo da quelle parti… Un tono molto più serio e meno spezzato da quei momenti di umorismo con cui Lewis aveva interloquito con noi con “Il nipote del mago”. Adesso ascoltiamo il canto degli Ainur – il punto in comune tra i due brani è la potenza creatrice della parola – questi santi, questi angeli che aiutano Dio nel faticoso lavoro della creazione[1].

«AINULINDALË

La Musica degli Ainur

Esisteva Eru, l'Unico, che in Arda è chiamato Ilúvatar; ed egli creò per primi gli Ainur[2], Coloro che sono santi, progenie del proprio pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altra cosa fosse creata. Ed egli parlò loro, proponendo loro temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto. Ma a lungo cantarono ognuno da solo, o solamente pochi assieme, mentre gli altri ascoltavano; ciascuno di loro penetrava infatti soltanto quella parte della mente di Ilúvatar da cui proveniva e nella comprensione dei propri fratelli essi crescevano solo lentamente. Tuttavia, semplicemente ascoltando pervenivano a una comprensione più profonda, e accrescevano l'unisono e l'armonia fra loro.

E accadde che Ilúvatar convocò tutti gli Ainur ed espose loro un tema possente, svelando loro cose più grandi e più magnifiche di quante ne avesse già rivelate; e la gloria del suo inizio e lo splendore della sua conclusione stupefecero gli Ainur, sì che essi s'inchinarono davanti a Ilúvatar e stettero in silenzio.

Allora Ilúvatar disse loro: "Del tema che vi ho esposto, ora io voglio che facciate, uniti in armonia, una Grande Musica. E poiché vi ho accesi della Fiamma Imperitura, voi esibirete le vostre potenze, adornando il tema stesso, se lo desiderate, ognuno con i propri pensieri e con i propri artifici. Io invece siederò e ascolterò, e sarò lieto che attraverso di voi sia stata destata in canto una grande bellezza".

Allora le voci degli Ainur, come con arpe e liuti, e flauti e trombe, e viole e organi, come con innumerevoli cori che cantassero con parole, iniziarono a modellare il tema di Ilúvatar in una grande musica; e si levò un suono di melodie infinitamente avvicendantisi che s'intrecciavano in armonia, le quali trascendevano l'udibile in profondità e in altezza, e i luoghi dove dimorava Ilúvatar ne furono riempiti fino a traboccarne, e la musica e l'eco della musica si diffondevano nel Vuoto, ed esso non fu vacuo. Mai più gli Ainur hanno fatto una musica simile a questa musica, benché sia stato detto che una ancora più grande sarà fatta al cospetto di Ilúvatar dai cori degli Ainur e dei Figli di Ilúvatar dopo la fine dei giorni. Allora i temi d'Ilúvatar saranno eseguiti alla perfezione, assumendo Essere nel momento stesso in cui saranno emessi, poiché in quel momento tutti comprenderanno appieno qual è il disegno che attiene alla propria singola parte, e ciascuno conoscerà la misura della comprensione di ognuno, e Ilúvatar conferirà ai loro pensieri il fuoco segreto, essendo egli molto compiaciuto».

Ho interrotto il brano, pur essendo bellissimo, perché il tempo è tiranno. Qui vedete il tono totalmente diverso e poi soprattutto c’è una presenza fondamentale: satana, il male, Melkor che è proprio il Lucifero del mito biblico, il più bravo, il più bello, il più possente, il più potente che però vuole fare di testa sua e crea scompiglio.

L’immagine del coro e della musica è straordinaria perché rende in maniera plastica l’immagine teologica, nella quale poi viene generata la disarmonia, la discordanza, che però poi viene fatta riconfluire in armonia. Più avanti avremmo potuto leggere – vi lascio il testo in modo che potete leggerlo – che Melkor, siccome non può creare poiché il fuoco ce l’ha solo Ilùvatar, agisce usando i pedali del caldo e del freddo.

Allora l’acqua e l’aria, che sono cose meravigliose create da Dio, Melkor le manipola, ma non si rende conto che crea cose ancora più belle come i fiocchi di neve, il ghiaccio e la sua rabbia è ancora maggiore perché quello che pensava di creare lui, in realtà fa sempre parte del disegno di Dio.

Ecco la grande fantasia di Tolkien e di Lewis che però ci ripropongono una visione che combacia perfettamente con il racconto della Bibbia e con quello che i cristiani credono. Due intonazioni completamente diverse, opposte, ma un orizzonte simile, comune che è quello dell’importanza della parola che deve essere ascoltata nel silenzio.

Una parola che deve tornare alle origini e infatti tutti e due sentono l’esigenza di raccontare l’inizio: questa, forse, è un’esigenza di tutta la letteratura, di tutta l’arte. L’arte è quella cosa che cerca la fonte, che cerca qualcosa che dia quel senso smarrito delle parole e delle cose.

Quando Dante si sente smarrito perché la “diritta via era smarrita”, cade in “questa selva oscura” dalla quale però cerca di uscire per trovare un senso. Tutte le forme d’arte rispondono a questa esigenza di ordine, all’esigenza dal caos di creare il cosmo, dare un ordine ad un mondo che si è spezzato, si è frantumato.

Noi cerchiamo di ricreare l’opera di Dio e in questo forse gli artisti stanno avanti, ma lo fanno andando indietro ovvero tornando alle origini. Omero ci canta il mondo che è violenza e confusione e l’Iliade, dove i protagonisti sono quelle divinità capricciose che però comandano come burattini gli eroi, non può bastare ma ci deve essere l’Odissea, ci deve essere il ritorno, il ripristino del diritto.

Ulisse è il ritorno del re che torna per mettere ordine nella sua casa. L’Odissea è uno dei grandi racconti del genere letterario “nostoi” che vuol dire ritorni: il ritorno di Agamennone, il ritorno di tutti gli eroi della guerra di Troia e il più famoso è Ulisse.

La poesia è nostalgia, è il voler cercare di tornare a quella parola primigenia, creatrice che noi in qualche modo sentiamo perché la prima parola è una parola positiva, di vita, che viene dopo il male, dopo lo scompiglio. Il male è sempre un non senso, qualcosa che ci butta nell’assurdo, ma dal quale cerchiamo di uscire. Diceva Paul Ricœur, il grande filosofo, che il male è un non senso, il male non si spiega, ma si può solo raccontare. I racconti nascono proprio per raccontare il male e scioglierne l’abisso di non senso.

Un bellissimo film recente che racconta questo si intitola “L’albero della vita” di Terrence Malick in cui alla fine ci sono i bambini che dicono alla mamma di raccontare loro delle storie di prima dei ricordi ed è quello che in realtà facciamo tutti chiedendo dei nostri nonni e bisnonni. C’è un grande teologo, Hugo Rahner, che ha scritto un saggio che si intitola “Homo ludens” nel quale parla della creazione come è raccontata nei Proverbi. Nei Proverbi al capitolo 8 si parla della sapienza e la sapienza dice così: “Quando Dio creò il cielo c’ero. Quando Egli rafforzò le fondamenta della terra, gli fui accanto pupilla, gli fui delizia di giorno in giorno, gli giocai dinanzi e in ogni tempo, giocai sul suo orbe terrestre e fui gioia ai figli degli uomini”.

La sapienza balla, è deliziosa, è delizia per Dio e rappresenta la danza creatrice. Per noi uomini una cosa importante è la ricreazione – anche i miei studenti amano il quarto d’ora della giornata che è la ricreazione. A noi è dato il compito di ricreare il mondo, ma dobbiamo farlo con la serietà con cui i bambini giocano: il gioco è la cosa più seria che esista. Chiudo con un saggio, da poco uscito, molto bello di un teologo che si chiama Giovanni Pagazzi e fa una riflessione sulla creatività e sulla ricreatività e scrive: “Tra le esperienze originarie che permettono il sorgere dell’identità personale e dello stile irripetibile di stare al mondo è il gioco. Il gioco sospende spazio e tempo soliti, aprendo quelli di una nuova creazione, una ricreazione appunto. Lo scetticismo è nemico del gioco: non crede che le regole valgano, non ritiene che la scopa inforcata possa diventare un cavallo, non ritiene che la scopa sia necessaria. Il gioco è una vera e propria ontologia, una visione delle cose in mano a chi sa giocare. Il gioco rivela le cose come erano all’inizio della vita, come avrebbero dovuto continuare ad essere e come saranno. Giocando l’adulto ha la possibilità di attingere nuovamente all’ontologia delle origini, alla visione iniziale delle cose, rinvigorendo la propria volontà di restare incontro alle cose, disponibile al loro insegnamento”.

Lewis, autore che dovete leggere perché è nutrimento per lo spirito, dice: “Io non credo che la vita in paradiso abbia alcuna analogia con il gioco o con il ballo in quanto a frivolezza. È solo nelle ore di ricreazione, è solo nei momenti di festosità lecita che possiamo trovare un’analogia. La danza e il gioco sono frivoli e privi di importanza quaggiù perché non è questo il loro luogo naturale. Qui rappresentano soltanto un attimo di tregua nell’esistenza che siamo stati creati per vivere sulla terra. Ma in questo mondo è tutto capovolto: ciò che, se si potesse prolungare quaggiù, equivarrebbe a marinare la scuola, è più che probabile che in un mondo migliore sia il fine ultimo. La gioia è l’affare più serio che esiste in paradiso”.

Vi propongo ora di leggere, per concludere, la seconda parte del racconto della creazione nel Silmarillion di Tolkien[3]:

«Ora però Ilúvatar sedeva e ascoltava, e a lungo gli parve fosse cosa buona poiché nella musica non vi erano difetti. Ma, con il progredire del tema, nel cuore di Melkor sorse l'idea d'interpolare motivi di propria immaginazione che non erano in accordo con il tema di Ilúvatar; così facendo, infatti, egli cercava di accrescere la potenza e la gloria della parte che gli era stata assegnata. Fra tutti gli Ainur, a Melkor erano state concesse le massime doti di potenza e di conoscenza, ed egli partecipava anche di tutti i doni fatti ai suoi fratelli. Spesso se n'era andato da solo nei luoghi vuoti alla ricerca della Fiamma Imperitura, poiché in lui cresceva bruciante il desiderio di portare all'Essere cose proprie, e gli sembrava che Ilúvatar non avesse alcun pensiero per il Vuoto, e la sua vacuità lo irritava. Tuttavia non trovò il Fuoco giacché esso è con Ilúvatar. Standosene solo, aveva però iniziato a concepire pensieri propri, diversi da quelli dei suoi fratelli.

Alcuni di questi pensieri l'intrecciò ora nella sua musica, e attorno a lui subito fu discordanza, e molti che vicino a lui cantavano si scoraggiarono, il loro pensiero fu disturbato e la loro musica vacillò; ma alcuni incominciarono ad accordare la propria musica alla sua anziché al pensiero che avevano avuto da principio. Allora la dissonanza di Melkor si diffuse ancora di più e le melodie che si erano udite prima naufragarono in un mare di suoni turbolenti. Ma Ilúvatar sedette e ascoltò fino a quando non parve che attorno al suo trono infuriasse una tempesta come di nere acque che si muovessero guerra a vicenda in un'ira senza fine che non poteva essere placata.

Poi Ilúvatar si levò e gli Ainur percepirono che sorrideva; ed egli alzò la mano sinistra, e un nuovo tema iniziò in mezzo alla tempesta, simile e tuttavia dissimile dal tema precedente, ed esso acquistò potenza e assunse nuova bellezza. Ma la dissonanza di Melkor si sollevò nel fragore e lottò contro di essa, e ancora vi fu una guerra di suoni più violenta della prima fino a che molti degli Ainur ne restarono costernati smettendo di cantare, e Melkor ebbe il sopravvento. Allora Ilúvatar si levò di nuovo e gli Ainur percepirono che la sua espressione era severa; ed egli alzò la mano destra, ed ecco!, un terzo tema si sviluppò in mezzo allo scompiglio ed era diverso dagli altri. Dapprima parve infatti morbido e dolce, una semplice increspatura di suoni lievi in delicate melodie; ma era impossibile soverchiarlo, e si caricò di potenza e di profondità. E sembrò alla fine che vi fossero due musiche che procedevano contemporaneamente davanti al seggio di Ilúvatar, ed erano del tutto diverse. L'una era profonda e ampia e bella, e però lenta e intrisa di una tristezza immensa da cui soprattutto ricavava bellezza. L'altra aveva ora raggiunto una coerenza propria; ma era fragorosa, e vana, e si ripeteva all'infinito; e aveva scarsa armonia, quanto invece un clamoroso unisono come di molte trombe che stridessero emettendo solo qualche nota. Ed essa cercò di sovrastare l'altra musica con la violenza della propria voce, ma sembrò che le sue note più trionfanti venissero sussunte dall'altra e da quella integrate nella propria solenne struttura.

Nel mezzo di questo scontro, che scosse le aule d'Ilúvatar e che diffuse un tremito nei silenzi ancora immoti, Ilúvatar si levò una terza volta e il suo volto era terribile a vedersi. Poi egli alzò entrambe le mani e, con un unico accordo, più profondo dell'Abisso, più alto del Firmamento, penetrante come la luce dell'occhio d'Ilúvatar, la Musica cessò.

Poi Ilúvatar parlò e disse: "Potenti sono gli Ainur, e potentissimo tra loro è Melkor; ma affinché egli sappia, e tutti gli Ainur sappiano, che io sono Ilúvatar, le cose che avete cantato io le mostrerò così che voi possiate vedere ciò che avete fatto. E tu, Melkor, vedrai come non sia possibile eseguire alcun tema che non abbia la propria ultima origine in me e come nessuno abbia il potere di alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi tenterà non farà che provare di essere mio strumento nel concepire cose maggiormente meravigliose, cose che egli stesso non aveva immaginato".

Allora gli Ainur ebbero paura e non compresero ancora le parole che venivano dette loro; e Melkor fu preso completamente dalla vergogna, da cui nacque ira segreta. Ma Ilúvatar si levò in splendore e lasciò le belle regioni che aveva creato per gli Ainur; e gli Ainur lo seguirono.

Ma quando giunsero nel Vuoto, Ilúvatar disse loro: "Guardate la vostra Musica!". Ed egli mostrò loro una visione, conferendo agli Ainur vista là dove prima era solo udito; ed essi videro un Mondo nuovo reso visibile davanti a sé, e il Mondo era sferico in mezzo al Vuoto, ed era sospeso in esso, ma non faceva parte di esso. E mentre guardavano e si meravigliavano, questo Mondo incominciò a svolgere la propria storia, e sembrò loro che esso vivesse e che crescesse. E dopo che gli Ainur ebbero contemplato a lungo in silenzio, Ilúvatar disse ancora: "Guardate la vostra Musica! Questo è quanto avete eseguito; e ognuno di voi troverà qui contenute, nel disegno che vi espongo, tutte quelle cose che apparentemente ha concepito o ha aggiunto da sé. E tu, Melkor, scoprirai tutti i pensieri segreti della tua mente, e capirai che essi sono soltanto una parte dell'intero e tributari della sua gloria".

E molte altre cose disse quella volta Ilúvatar agli Ainur, e in ragione del ricordo che essi conservarono delle sue parole e della conoscenza che ognuno di loro ha della musica da lui stesso prodotta, gli Ainur conoscono molto di ciò che fu, di ciò che è e di ciò che sarà, e poche cose sono per loro invisibili. Tuttavia, essi non possono vedere alcune delle cose che sono, né da soli né radunandosi a consiglio; a nessun altro, infatti, se non a se stesso Ilúvatar ha rivelato tutto ciò che ha in serbo, e a ogni epoca si manifestano cose che sono nuove e imprevedibili giacché non derivano dal passato. E così accadde che, mentre questa visione del Mondo veniva manifestata davanti a loro, gli Ainur videro che conteneva cose che essi non avevano pensato. E con stupore essi videro la venuta dei Figli d'Ilúvatar e la dimora che fu preparata per loro; e capirono di essersi essi stessi impegnati, nel travaglio della propria musica, a edificare quella dimora e tuttavia non sapevano che essa avesse altro scopo all'infuori della sua bellezza. I Figli d'Ilúvatar furono infatti concepiti da lui solo; ed essi giunsero con il terzo tema, e non erano nel tema che Ilúvatar aveva proposto in principio, e nessuno degli Ainur ebbe parte nella loro creazione. Così, quando li videro, li amarono ancora di più, essendo questi delle creature diverse da sé, straniere e libere, in cui essi videro la mente d'Ilúvatar nuovamente riflessa, e compresero ancora un altro poco del la sua sapienza, la quale altrimenti sarebbe rimasta celata persino agli Ainur.

Ora, i Figli d'Ilúvatar sono gli Elfi e gli Uomini, i Primogeniti e i Successivi[4]. E fra tutti gli splendori del Mondo, le sue vaste aule, i suoi vasti spazi e i suoi fuochi turbinanti, Ilúvatar scelse un luogo a loro dimora nelle Profondità del Tempo e al centro delle stelle innumerevoli. E questa dimora potrebbe sembrare poca cosa a coloro che degli Ainur considerano soltanto la maestà e non la terribile acutezza; come chi facesse dell'intera distesa di Arda il fondamento di un pilastro e lo innalzasse a cono fino a che la sommità della sua mole non divenisse più inaccessibile della punta di un ago; o a chi considerasse soltanto l'immensa vastità del Mondo, che gli Ainur stanno ancora modellando, e non la minuziosa precisione con cui modellano tutto ciò che è in esso. Ma quando gli Ainur ebbero guardato questa dimora in una visione ed ebbero visto i Figli d'Ilúvatar levarvisi, ecco che molti dei più possenti tra loro indirizzarono tutti i propri pensieri e tutti i propri desideri verso quel luogo. E di costoro Melkor fu il capo, anche se al principio era il più grande degli Ainur che ebbero parte nella Musica. Ed egli finse, dapprima persino con se stesso, di desiderare di recarsi fino a quel luogo per ordinare tutte le cose al bene dei Figli d'Ilúvatar, controllando gli eccessi di caldo e di freddo che si erano prodotti attraverso di lui. Ma egli desiderava invece assoggettare alla propria volontà sia gli Elfi sia gli Uomini giacché invidiava i talenti che Ilúvatar aveva promesso di donare loro; e desiderò di possedere egli stesso dei sudditi e dei servitori, e di essere chiamato Signore, e di dominare volontà altrui.

Gli altri Ainur guardarono però questa dimora fissata nei vasti spazi del Mondo, che gli Elfi chiamano Arda, ossia la Terra; e i loro cuori esultarono nella luce e i loro occhi, che vedevano molti colori, erano colmi di gioia; ma udendo il fragore del mare provarono una grande inquietudine. Ed essi osservarono i venti e l'aria, e i materiali di cui Arda era fatta, ferro e pietra, argento e oro, e molte altre sostanze; ma di tutte queste, l'acqua fu quella che lodarono maggiormente. E gli Eldar dicono che nell'acqua vive ancora l'eco della Musica degli Ainur più che in ogni altra sostanza esistente su questa Terra; e molti dei Figli d'Ilúvatar continuano ad ascoltare mai paghi le voci del Mare e tuttavia non sanno che cosa odono.

Ora, quell'Ainu che gli Elfi chiamano Ulmo volse il proprio pensiero all'acqua e più profondamente di tutti fu istruito da Ilúvatar nella musica. Ma sulle arie e sui venti aveva meditato soprattutto Manwë, che è il più nobile degli Ainur. Alla struttura della Terra aveva posto mente Aulë, a cui Ilúvatar aveva conferito capacità e conoscenza di poco inferiori a quelle di Melkor; ma il piacere e l'orgoglio di Aulë stanno nel creare, non nella cosa creata, e nemmeno nel possesso o nel dominio personale; sicché egli dà e non accumula, ed è libero da preoccupazioni, passando di continuo a nuove opere.

E Ilúvatar parlò a Ulmo, e gli disse: "Non vedi come in questo piccolo regno nelle Profondità del Tempo Melkor abbia mosso guerra alla tua provincia? Si è figurato freddi eccessivamente rigidi, eppure non ha distrutto la bellezza delle tue sorgenti né quella dei tuoi chiari stagni. Guarda la neve e l'opera astuta del gelo! Melkor ha concepito calori e fuoco illimitati, eppure non ha prosciugato il tuo desiderio né soffocato completamente la musica del mare. Guarda piuttosto l'altezza e la gloria delle nubi, e le brume sempre mutanti; e ascolta la pioggia cadere sulla Terra! E in queste nubi ti avvicini di più a Manwë, il tuo amico, colui che tu ami".

Rispose allora Ulmo: "È vero, adesso l'Acqua è divenuta più bella di quanto il mio cuore immaginasse, né il mio pensiero segreto aveva concepito il fiocco di neve, né in tutta la mia musica era contenuto lo scrosciare della pioggia. Cercherò Manwë, così che egli e io possiamo produrre per sempre melodie a tuo diletto!". E Manwë e Ulmo sono stati sin dal principio alleati e in tutte le cose hanno servito con fedeltà massima il progetto d'Ilúvatar.

Ma nel momento stesso in cui Ulmo parlò, e mentre gli Ainur ancora la stavano contemplando, questa visione fu sottratta e celata al loro sguardo; e in quell'istante parve loro di percepire una cosa nuova, l'Oscurità, che non avevano conosciuto prima se non nel pensiero. Si erano però innamorati della bellezza della visione ed erano stati assorbiti dal dispiegarsi del Mondo che lì giungeva all'essere, e le loro menti ne vennero colmate; infatti, quando la visione fu sottratta loro, la storia era incompleta e i cerchi del tempo non ancora chiusi del tutto. E alcuni hanno detto che la visione cessò prima che il Dominio degli Uomini si realizzasse e i Primogeniti svanissero; ragione per cui, benché la Musica sia ovunque, i Valar non hanno visto direttamente le Ere Successive né la fine del Mondo.

Vi fu dunque inquietudine tra gli Ainur; ma Ilúvatar richiamò la loro attenzione e disse: "Conosco il desiderio delle vostre menti: che ciò che avete visto esista materialmente, non solo nel vostro pensiero, ma proprio come voi stessi siete e tuttavia diverso. Perciò io dico: Eä! Vengano queste cose all'Essere! E io invierò nel Vuoto la Fiamma Imperitura, ed essa sarà nel cuore del Mondo, e il Mondo avrà Essere; e chi tra voi lo vorrà, potrà scendere in esso". E improvvisamente gli Ainur videro lontana una luce, come fosse una nuvola con un cuore vivo di fiamma; e seppero che questa non era soltanto una visione, ma che Ilúvatar aveva fatto una nuova cosa: Eä, il Mondo che È.

Così accadde che alcuni degli Ainur continuassero a dimorare con Ilúvatar di là dei confini del Mondo; ma che altri, e tra loro molti dei più grandi e dei più belli, lasciassero Ilúvatar e discendessero in esso. Ilúvatar pose però questa condizione, ovvero è il loro amore che la rende necessaria: che da quel momento la loro potenza sia contenuta nel Mondo e limitata al Mondo, affinché sia per sempre dentro il Mondo fino a quando il Mondo non sia completo, così che essi siano la vita del Mondo come il Mondo è la loro. Per questo essi sono chiamati Valar, le Potenze del Mondo.

Ma quando i Valar entrarono in Eä rimasero dapprima attoniti e smarriti perché era come se nulla fosse ancora stato fatto di ciò che avevano avuto in visione, e tutto era solo sul punto di comin­ciare e ancora informe, ed era buio. La Grande Musica, infatti, era stata solo il crescere e il fiorire del pensiero nelle Aule Senza Tempo, e la Visione solamente un'anticipazione; ma adesso i Valar avevano fatto ingresso al principio del Tempo e percepirono che il Mondo era stato soltanto preannunciato e anticipato nel canto, e che a essi spettava attuarlo. Ebbero così inizio le loro grandi fatiche in deserti immensi e inesplorati, e per ere senza numero e dimenticate, fino a quando nelle Profondità del Tempo e nel mezzo delle vaste aule di Eä non giunsero quell'ora e quel luogo in cui fu fatta la dimora dei Figli d'Ilúvatar. E in quest'opera la parte maggiore l'ebbero Manwë, Aulë e Ulmo; ma anche Melkor era lì fin dal principio, ed egli s'intrometteva in tutto ciò veniva fatto, piegandolo, laddove poteva, ai propri desideri e ai propri scopi; ed egli accese grandi fuochi. Quando dunque la Terra era ancora giovane e tutta fiammeggiante, Melkor la bramò e disse agli altri Valar: "Questo sarà il mio regno; e io gli do nome intitolandolo a me stesso!".

Ma nella mente di Ilúvatar Manwë fu il fratello di Melkor, e lo strumento principale del secondo tema che Ilúvatar aveva suscitato contro la dissonanza di Melkor; ed egli chiamò a sé molti spiriti sia maggiori sia minori, ed essi discesero sui campi di Arda e aiutarono Manwë per tema che Melkor potesse impedire per sempre il compimento della loro fatica e che la Terra avvizzisse prima ancora di fiorire. E Manwë disse a Melkor: "Tu non farai indebitamente di questo il tuo regno personale, poiché molti altri hanno faticato qui non meno di te". E Melkor si scontrò con gli altri Valar; e quella volta Melkor si ritirò recandosi in altre regioni dove fece ciò che volle; ma non si tolse dal cuore il desiderio del Regno di Arda.

Ora, i Valar assunsero forma e colore; e poiché erano stati attratti nel Mondo dall'amore per i Figli d'Ilúvatar, nei quali riponevano speranza, essi ne assunsero la forma secondo quanto avevano visto nella Visione d'Ilúvatar, a eccezione della maestà e dello splendore. La loro forma proviene inoltre dalla conoscenza che essi hanno del Mondo visibile più che del Mondo in sé; e non ne hanno bisogno, se non come noi degli abiti che vestiamo così che noi possiamo pure essere nudi e non soffrire alcuna diminuzione del nostro essere. I Valar possono dunque camminare, se vogliono, svestiti e in questo modo persino gli Eldar non riescono a percepirli chiaramente anche se presenti. Ma quando desiderano vestirsi, i Valar assumono forme alcuni di maschi e altri di femmine; questa differenza di personalità, infatti, essi l'ebbero fin dal principio e, nella scelta che ognuno di loro fa, essa prende solo corpo, giacché non è frutto di quella scelta così come per noi gl'indumenti rivelano il maschio e la femmina ma non sono gl'indumenti che li fanno. Ma le forme di cui si adornano i Grandi non sono sempre simili alle forme dei re e delle regine dei Figli d'Ilúvatar; a volte, infatti, essi possono vestirsi secondo il proprio pensiero, reso visibile in forme di maestà e di sgomento.

E i Valar trassero a sé molti compagni, alcuni minori, altri grandi quasi come loro stessi, ed essi s'impegnarono assieme per ordinare la Terra e per placarne i tumulti. Allora Melkor vide ciò che era stato fatto e che i Valar camminavano sulla Terra come potenze visibili, rivestite degli indumenti del Mondo, e che essi erano aggraziati e gloriosi da vedere, nonché beati, e che la Terra stava divenendo come un giardino per il loro diletto, essendone state domate le turbolenze. La sua invidia crebbe allora enorme dentro di lui; e anch'egli assunse forma visibile, ma, a causa del suo umore e della malvagità che gli bruciava dentro, quella forma fu oscura e terribile. Ed egli calò su Arda, maggiore, per potenza e per maestà, di ogni altro Valar, come una montagna che avanzi nel mare ergendo il capo sopra le nubi e sia rivestita di ghiaccio e coronata di fumo e di fuoco; e la luce degli occhi di Melkor fu come una fiamma che consuma con il calore e che trafigge con un freddo mortale.

Ebbe così inizio la prima battaglia dei Valar contro Melkor per il dominio di Arda; e di quei tumulti gli Elfi conoscono ben poco. Quanto infatti è stato qui rivelato proviene dai Valar stessi, con i quali gli Eldalië parlarono nella terra di Valinor e dai quali furono istruiti; ma i Valar racconteranno sempre ben poco delle guerre precedenti la venuta degli Elfi. Eppure tra gli Eldar si dice che i Valar, a dispetto di Melkor, abbiano sempre cercato di governare la Terra preparandola per la venuta dei Primogeniti; e che costruivano terre e che Melkor le distruggeva; che scavavano valli e che Melkor le ripianava; che scolpivano montagne e che Melkor le abbatteva; che spalancavano mari e che Melkor li prosciugava; e che nulla poteva aver pace né crescere durevolmente poiché, non appena i Valar iniziavano un lavoro, ecco che subito Melkor lo disfaceva e lo corrompeva. E tuttavia la loro fatica non fu tutta invano; e sebbene il loro volere e il loro progetto non ebbero compimento in alcun luogo e in alcuna opera, e tutte le cose avessero colore e forme diverse da come avevano originariamente inteso i Valar, nondimeno la Terra venne lentamente modellata e resa stabile. E così alla fine la dimora dei Figli d'Ilúvatar venne edificata nelle Profondità del Tempo e al centro delle stelle innumerevoli».

Note al testo

[1] J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano, 2011, pp. 35-36.

[2] N.B. de Gli scritti. Così J.R.R. Tolkien in una lettera a M. Waldman del 1951, in J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano, 2011, p. 16, presenta i Valar, cioè i più grandi degli Ainur: «I cicli si aprono con un mito cosmogonico: la Musica degli Ainur. Dio e i Valar (ovvero le potenze, anglicizzate in dèi) si rivelano. I secondi sono quelli che noi chiameremmo potenze angeliche, la cui funzione è quella di esercitare un'autorità delegata ognuno nella propria sfera (di dominio e di governo, non di creazione, di facimento o di ri-facimento). Essi sono "divini" nel senso che originariamente furono "esterni" e che esistettero "prima" della creazione del mondo. Il loro potere e la loro sapienza derivano dalla Conoscenza che essi hanno del dramma cosmogonico, da loro compreso prima in termini di drammatizzazione (cioè nello stesso modo in cui noi comprendiamo una storia composta da qualcun altro), poi come "realtà". Così, sul versante del puro espediente narrativo, ciò ha naturalmente significato la necessità di dare vita a esseri dotati delle medesime bellezza, potenza e maestà degli "dèi" della mitologia più nobile, che però potessero essere accettati... be', diciamo pure audacemente, da chi crede nella Santissima Trinità».

[3] J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano, 2011, pp. 36-43.

[4] N.B. de Gli scritti. Così J.R.R. Tolkien in una lettera a M. Waldman del 1951, in J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, Milano, 2011, pp. 17-18, spiega che il Silmarillion è stato scritto a partire dal punto di vista degli Elfi e non degli uomini, motivo per il quale questi ultimi restano sullo sfondo: «Come detto, l'insieme delle leggende che costituisce il Silmarillion ha caratteristiche tutte proprie e differisce da ogni altra narrazione di questo tipo che io conosca giacché non è antropocentrico. La sua prospettiva e il suo interesse centrali non sono gli Uomini, ma gli "Elfi". Inevitabilmente, comunque, gli Uomini vi entrano: dopo tutto, l'autore è un uomo; e se egli avrà mai un pubblico, questo pubblico sarà composto da Uomini; ed è doveroso che gli Uomini entrino nei nostri racconti in quanto tali e non solo in maniera trasfigurata o parzialmente rappresentati dagli Elfi, dai Nani, dagli Hobbit e così via. Eppure gli Uomini restano qui sempre ai margini: giungono dopo e, per quanto crescano d'importanza, non sono mai i soggetti principali. Nella cosmogonia vi è una caduta: una caduta di Angeli, diremmo noi. Ancorché, certo, completamente diversa nella forma rispetto a quella contenuta nel mito cristiano. Questi racconti sono infatti "nuovi" e non derivano direttamente da altri miti o da altre leggende, benché inevitabilmente contengano una notevole quantità di temi e di elementi antichi e diffusissimi. Dopo tutto, ritengo che le leggende e i miti siano ampiamente fatti di "verità" e che di fatto essi presentino aspetti della verità che possono essere ricevuti solamente in questo modo; e, molto tempo fa, si scoprirono determinate verità e determinati modi di essa che sono destinati a ripresentarsi continuamente. Non può infatti esistere alcun "racconto" senza una caduta - tutti i racconti riguardano ultimamente una caduta -, quanto meno per gli spiriti umani tali quali noi li conosciamo e li possediamo. Così, proseguendo, gli Elfi subiscono una caduta prima che la loro "storia" possa divenire storica. (La prima caduta dell'Uomo, per le ragioni che ho spiegato, non compare qui in alcun luogo: gli Uomini entrano in scena solo quando ciò è già oramai accaduto da molto tempo e quando sono rimaste solo delle voci del fatto che, per un certo periodo, essi erano caduti sotto il dominio del Nemico salvo poi alcuni pentirsi)».