Scegliere la parte migliore, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /08 /2015 - 09:02 am | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, vedi le sezioni Sacra Scrittura Testi di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (4/8/2015)

Friederich Overbeck, Cristo, Marta e Maria, 
Berlino, Alte Nationalgalerie

Fin dal principio della sua missione Gesù dichiara che la sua misericordia non veniva a toccare solo i corpi dei poveri, ma anche i loro cuori: «Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio”» (Lc 4,17-18).

Le beatitudini in Matteo si aprono con l’annunzio: «Beati i poveri in spirito». Gli esegeti hanno sottolineato che Gesù vuole confermare la predilezione di Dio per coloro che l’Antico Testamento chiama gli anawim (Is 61,1ss. Dove compare il termine anawim/poveri è esattamente il brano proclamato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao). Si tratta di coloro che non hanno ormai più nessuno cui appellarsi se non Dio, coloro che sono sottomessi, sfruttati, senza alcuna protezione in terra. Dio, che è re e Signore, non potrà non prendersi cura di loro, proprio perché è giusto e misericordioso e ama i suoi figli, soprattutto i più trascurati da tutti.

Sono spesso proprio i più poveri, i più abbandonati ed i più semplici coloro che ci testimoniano il bisogno di Dio. Si pensi alla fiducia con cui si affidano a Dio alcuni malati terminali. O ancora alla serenità con cui affrontano la fatica della vita alcuni genitori con figli disabili. O a tante altre situazione di grave disagio non risolvibili per la fragilità della creatura umana.

I poveri domandano se è vera la Resurrezione, se la loro sofferenza ha un senso, se la loro vita ha un significato, se anche il dolore e la fatica possono essere offerti per la salvezza del mondo. Certo, essi chiedono sostegno concreto, certo desiderano la comunione dei fratelli, ma la loro domanda riguarda il cielo. I poveri hanno bisogno di Dio e ci ricordano che tutti abbiamo bisogno di Lui e della sua misericordia.

Per questo Gesù annunzia loro il Vangelo per primi, per questo offre loro per primi il perdono di Dio. Papa Francesco ha evidenziato in maniera straordinaria la sensibilità spirituale dei poveri ed il loro diritto di ricevere il Vangelo: «Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (Evangelii Gaudium 200).

Merita qui sottolineare che solo la valorizzazione del senso religioso - che è propria di ogni uomo, ma talvolta emerge in mood peculiare proprio nel povero - permette una vera integrazione dello straniero, oggi così necessaria. Un’Europa che nascondesse la sua storia intessuta di dialogo con Dio non saprebbe accogliere le giovani generazioni delle diverse nazioni che bussano alle sue porte: esse hanno un fortissimo senso di Dio e non possono  vivere in una società che conferisce spazio a qualsiasi desiderio ed alla libertà di esprimerlo, tranne che alla sete di Dio.  

Papa Benedetto XVI ha sottolineato questo aspetto: «Il continente africano, l’anima africana e anche l’anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. È importante dimostrare che da noi non c’è solo questo. E reciprocamente è importante che il nostro mondo laicista si renda conto che proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte “l’organo religioso” e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente» (dall’intervista rilasciata da Benedetto XVI a Radio Vaticana ed a tre televisioni tedesche il 13 agosto 2006).

Il Vangelo di Luca ci ha trasmesso alcuni episodi straordinari della vita di Gesù che non sono raccontati dagli altri vangeli. Fra gli altri, ha permesso che tutte le generazioni conoscessero la parabola detta del “buon samaritano” ed il dialogo fra Gesù, Marta e Maria che avevano accolto il Signore. E non solo ci ha raccontato questi episodi, ma li ha anche posti in sequenza per mostraci come l’amore per Dio si svuoti senza l’amore per il fratello e, d’altra parte, come la carità verso l’uomo sia destinata a svilirsi se dimentica la sete di Dio.

Infatti nel Vangelo di Luca, dopo che Gesù ha affrontato la questione dell’unico e duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo, l’evangelista ricorda che un Dottore della Legge «volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”» (Lc 10,29).

Dinanzi a quell’uomo che probabilmente cercava una scusa per differire l’esigenza di carità che lo attanagliava, Gesù racconto la parabola del buon samaritano nella quale la domanda è come rovesciata. Se si incontra una persona che ha bisogno di aiuto non è importante chiedersi chi è il suo prossimo bensì chi, fra il sacerdote, il levita ed il samaritano che passavano per la strada sulla quale giaceva un pover’uomo che era stato ferito dai briganti, si sia fatto suo prossimo: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (Lc 10,36).

Gesù intendeva così mostrare che il sacerdote ed il levita che erano passati per quella strada, pur essendo stati vicini al ferito, erano fuggiti dalla loro responsabilità di prossimità, mentre il samaritano, che pure aveva una fede meno pura della loro, era stato prossimo a colui che giaceva nel dolore. Con quella parabola Gesù intendeva parlare al Dottore della legge che lo interrogava, ma anche all’uomo di ogni tempo.

Ma, alla parabola Luca fa seguire il racconto di un episodio della vita del Cristo che attira evidentemente l’attenzione su di un atteggiamento complementare a quello della carità per il prossimo, la disponibilità a lasciare il servizio che si sta compiendo per porsi all’ascolto della sua parola di Maestro.

Infatti, Luca ricorda che Gesù, dopo aver raccontato del buon samaritano, si recò nella casa di Marta e Maria. «Marta era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”» (Lc 10,40-42).

Le parole di Gesù non smentiscono ciò che aveva appena raccontato nella parabola. Vogliono piuttosto insegnare che non si può vivere solo del pane terreno, pretendendo addirittura che gli altri - in questo caso la sorella Maria – rinuncino alla loro relazione con il Signore. Chi ascolta la parola di Gesù, anzi, ha scelto la parte migliore, ha dato spazio a ciò che è essenziale per ogni uomo, perché è solo quella Parola a dare vita ed è solo il Cristo a donare quella Parola. Ed è proprio quella Parola che spinge anche a servire il povero. Chi la ascolta, riceve forza per allargare il proprio cuore. È nota la risposta che dette madre Teresa di Calcutta a chi le domandava perché  dedicare tempo alla preghiera, sottraendolo in qualche modo ai poveri: «Figlio mio, io non potrei amare e servire i poveri se Gesù non mi mettesse ogni giorno nel cuore il suo amore. Leggi bene il Vangelo: Gesù, per la preghiera, sacrificava anche la carità».

Uno dei pittori nazareni, Friedrich Overbeck, ha dipinto i due episodi evangelici, la parabola e l’incontro con Marta e Maria, l’uno nell’altro, quasi a sottolineare la duplice esigenza che ogni vita porta in sé, l’esigenza di un amore che nutra il corpo e quella di un amore che dia cibo allo spirito, nutrendo la fede.

La Chiesa, illuminata dal Cristo, ha sempre insegnato che bisogna soccorrere l’uomo nelle sue esigenze materiali, ma al contempo che bisogna offrire all’uomo la “parte migliore”, perché la sua povertà più grande è la lontananza da Dio e dalla sua misericordia.

Per questo ha aggiunto alle sei opere di misericordia proposte da Gesù non solo una settima opera ripresa dall’Antico Testamento, quella di seppellire i morti, ma anche sette ulteriori opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.

Perché è povero chi manca di cibo, di casa o di lavoro, ma è povero anche chi è lacerato dal dubbio sul bene, sulle scelte da compiere, chi non può studiare, chi non può  nutrirsi della saggezza degli uomini e chi ignora la fede cristiana non riuscendo così a trovare motivi di speranza. È povero chi vive nel peccato perché il male rovina la sua vita e gli fa disperdere i beni che ha, è povero il malvagio che offende e distrugge per un pugno di mosche la società in cui vivranno i suoi figli destinandoli alla paura, è povero chi non sa amare e con la sua parola danneggia e ferisce, è povero chi vive e muore nel peccato e non ha chi preghi per lui e la sua salvezza.

Il Dio della misericordia desidera che il corpo abbia il necessario per vivere e l’anima l’occorrente per credere, sperare ed amare. Per questo chiede ai suoi figli di vivere una vita che sia tutta un’opera di misericordia.

Questo sguardo totale sull’uomo permette di comprendere come sia carità benedetta agli occhi di Dio sia l’attenzione di chi fa l’elemosina e di chi accoglie in casa l’immigrato, così come la disponibilità dell’insegnante e del catechista, come la dedizione reciproca degli sposi ed il loro amore per i figli, come ancora la professionalità di chi lavora, compiendo la sua opera  a regola d’arte perché gli uomini ne possano beneficiare rendendo gloria a Dio. Come sia carità l’annunzio del Vangelo e l’amministrazione dei Sacramenti, così come la costruzione di scuole e di percorsi formativi che nutrano il cuore e la mente.