La sovversione evangelica del mito, di René Girard

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /06 /2015 - 14:49 pm | Permalink
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Riprendiamo dalla rivista Vita e Pensiero, Anno XCVIII, marzo-aprile 2015, pp. 35-45, un articolo scritto da René Girard. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (7/6/2015)

In Totem e Tabù Freud sostiene che a penetrare il segreto delle origini dell'uomo, molto prima di lui, sono stati i Vangeli. «Nella dottrina cristiana», scrive, «l'uomo riconosce nel modo più chiaro l'atto colpevole primordiale». Qui come altrove nel libro, l'asserzione che suona incredibile contiene una intuizione di enorme portata. Quello che Freud dice è vero alla lettera, eccetto per la sua interpretazione psicanalitica dell'omicidio primordiale.

Per dimostrare questa verità si deve andare, non sorprendentemente, a quei brani evangelici che hanno le connotazioni più spiacevoli per le nostre orecchie, quelli fermamente rimossi anche dai cristiani, i quali se osservassero da vicino certi passaggi potrebbero essere costretti a dare ragione a coloro che vedono uno spirito di odio all'opera nei Vangeli, una striscia vendicativa presente persino in parole attribuite a Gesù.

Di tutti questi testi le cosiddette "maledizioni contro i farisei" in Matteo 23 e Luca 11 hanno forse la reputazione peggiore. Sembrano confermare l'opinione che la mens dietro Matteo 23,35-36 creda ancora nella maledizione primitiva del sangue: «Perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l'altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione» (Gen 4,10-12).

Se Abele non è un ebreo, come possono essere lette queste parole nel contesto della primitiva maledizione del sangue degli ebrei? Per gli antichi ebrei la Bibbia era più di un codice religioso e di una storia delle origini nazionali. Era la storia dell'intera umanità, la summa di tutta la conoscenza. Gli omicidi religiosi non sono limitati al lignaggio né a una singola tradizione religiosa.

Dopo la ben nota figura di Abele, che è la prima vittima di un omicidio nella Bibbia, è menzionata una figura piuttosto oscura. Perché? È l'ultima vittima di omicidio nel secondo libro delle Cronache, che è l'ultimo libro della Bibbia ebraica (2Cr 24,20-21). Ovvero vengono citate la prima e ultima vittima nella Bibbia, due nomi che stanno al posto di una completa numerazione, impossibile da fare per la sua estensione.

Tutte le vittime tra la prima e l'ultima sono tacitamente incluse. Questo evoca il tipo di vittima di cui stiamo parlando e Luca ci dà una ragione in più per credervi. Se la parola inizio (archè),che suggerisce il fondamento della cultura, è presente in Giovanni (Gv 1,1) ed è assente in Matteo, è però presente appunto in Luca, o meglio è presente nel suo Vangelo un'espressione ancora più significativa e in un passaggio che corre quasi parallelo a quello di Matteo (Lc 11,49-51): «Perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria» (Lc 11,50).

La parola che è tradotta da alcuni come "inizio" e da altri, meglio, come "fondazione", è katabolè.Il greco recita apò katabolès tou kosmou. Apo suggerisce una relazione di generazione più che di tipo semplicemente temporale. Katabolè significa l'ordine o il ritorno all'ordine dopo una distruzione, la risoluzione di una crisi. C'è un uso medico di essa analogo a katharsis. Kosmos significa ordine.

La Vulgata traduce apò katabolès tou kosmou con constitutione mundi - dalla costituzione del mondo - ma ancora non rende appieno la sua vera connotazione. In connessione con l'omicidio, specialmente il tipo di omicidio che abbiamo all'inizio della Bibbia, quello di Abele, l'espressione greca apò katabolès tou kosmou richiama la dinamica del nostro mito.

Il risalire ad Abele, l'associare il primo omicidio alla katabolè tou kosmou,non suggerisce una semplice coincidenza cronologica tra lo spargimento di sangue e la fondazione del mondo. C'è un nesso tra la cultura umana e l'omicidio che risale all'inizio dell'umanità e che, secondo Gesù, continua fino al suo tempo ed è ancora in atto fra i farisei. Matteo 23,35-26 e Luca 11,49-51 sono la rivelazione dell'omicidio originario.

Ora, leggiamo un'altra maledizione che evoca la dinamica che abbiamo individuato: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: "Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti". Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri» (Mt 23,29-32).

I farisei non negano che gli omicidi dei profeti abbiano avuto luogo. Lungi dall'approvarli o ignorarli, li condannano severamente. Vogliono dissociarsi dai loro antenati. Agli occhi di Gesù, tuttavia, non vi riescono. Il comportamento religioso dei farisei perpetua paradossalmente la solidarietà che vorrebbe negare, la solidarietà con l'omicidio dei profeti. L'omicidio dei profeti fu un'azione collettiva e anche il rifiuto arrogante della partecipazione ad esso è un'azione collettiva. «Se fossimo stati vivi al tempo dei nostri padri non avremmo preso parte con loro all'omicidio dei profeti» (Mt 23,30). In altre parole non avremmo ceduto al contagio mimetico della dinamica della vittima collettiva. I farisei rassicurano se stessi del fatto che non sarebbero capaci di un tale atto.

Per dimostrare il loro non coinvolgimento nella violenza, la loro intrinseca innocenza, i figli condannano i loro padri: ma anche gli omicidi delle origini erano stati commessi con un intento simile. Gli assassini uccidevano per non percepire la propria violenza. È, questo, il vero significato del capro espiatorio, che proietta la violenza della comunità sulla vittima. I figli perciò agiscono esattamente come i loro padri; li condannano come assassini per ottenere lo stesso scopo, per offuscare la propria violenza. La condanna costituisce un atto di violenza che ripete e riproduce ogni caratteristica dell'omicidio originario, eccetto che per la morte fisica della vittima. I figli sono solo passati da un tipo di capro espiatorio a un altro. Sono gli assassini spirituali dei loro padri omicidi e, come tali, ben meritevoli di padri dai quali si pensano separati da un abisso.

La continuità tra le generazioni è assicurata, ogni volta, da un tentativo di rompere con il passato che prende la forma di un omicidio del passato, simbolico o reale, con una vittima fisica o spirituale. Solo la nostra ipotesi rende intelligibile questa "filiazione", perché l'omicidio originale è già un mezzo con cui la comunità cerca di rompere con il proprio passato di violenza, di dimenticare la realtà di quella violenza gettando l'intero peso sulla vittima collettiva. Tutta la cultura successiva ripete la fuga violenta dalla violenza. E si ripete il violento seppellimento della verità che caratterizza anche le più primitive forme di fondazione ed elaborazione culturale. Tutta la cultura umana inizia e continua con una violenta sepoltura della verità.

Nel caso dei farisei, e/o di Edipo e del suo oracolo, le vittime sembrano essere vendicate, gli assassini condannati, la rottura con la violenza sembra completa. Ma l'apparenza inganna. Gli omicidi del passato sono denunciati come esclusiva responsabilità degli effettivi assassini, come qualcosa che non riguarda realmente coloro che sono venuti dopo, i pii farisei. La vecchia struttura è ribaltata, gli assassini delle origini ora occupano il posto delle vittime e viceversa. Questo giustifica i contemporanei facendo sì che si sentano falsamente, perché violentemente, slegati dalla violenza del passato. Il ripudio del passato è analogo e in continuità con la violenza del passato.

Ora vado a un altro testo che è sempre apparso oscuro, vendicativo e sinistro, forse ancor più di quelli già citati, ma il cui significato è assolutamente identico. Si tratta di Giovanni 8,43-44. I protagonisti non sono indicati come scribi o farisei, ma semplicemente, questa volta, come giudei. È vero che questo testo è stato storicamente una fonte dell'antisemitismo cristiano, ma perché è stato completamente frainteso e lo si può dimostrare.

«Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna».

Ci sono almeno cinque temi strettamente correlati in questo enigmatico passo: Satana è descritto come una inesauribile fonte di menzogne; gli ebrei sono ancora prigionieri di queste menzogne, perché condividono i desideri di Satana; collaborano attivamente all'illusione satanica, che esiste dall'inizio ed è essenzialmente connessa all'omicidio; Satana è omicida fin dall'inizio.

Ma che tipo di omicida è Satana? Questa sua definizione è generalmente interpretata come un velato riferimento alla storia di Caino e Abele. La maggior parte dei commentatori ritiene che, in altre parole, Giovanni 8,44 è in qualche modo connesso a Matteo 23,35: «Ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria», eccetera.

Questo è vero, ma fino a un certo punto. L'assassinio di Abele viene per primo nella cronologia biblica, certamente, ma forse in un altro e più fondamentale senso. Noi abbiamo scoperto che l'omicidio di Abele è l'omicidio primordiale, nel senso che è il fondamento della cultura cainita, presentata come la prima cultura umana. Satana è lo stesso ciclo mimetico, il meccanismo della cultura umana. Questo è il motivo per cui il suo regno è veramente alla fine, nonostante il suo trionfo sembri più pieno che mai. Possiamo capire molto bene perché sarebbe omicida fin dall'inizio e il padre di tutti i mentitori, il padre di una intera cultura che non è radicata nella verità. Possiamo capire bene perché Gesù parla di due linguaggi, il proprio, che rivela l'omicidio originario ed è perciò linguaggio della verità, e il linguaggio di quelli che lo ascoltano, all'insegna della menzogna perché ancora radicato nell'omicidio originario. La verità a cui costoro fanno più resistenza è quella espressa in quell'esatto momento, in quel passaggio, la verità dell'omicidio originario.

Non è sbagliato mettere in relazione questo testo di Giovanni con la storia di Abele, ma chi lo fa non ne comprende bene il motivo. Non percepisce il meccanismo genetico della cultura dietro l'omicidio di Abele. Dalla frase «Satana è omicida fin dal principio» pensa che manchi un'informazione: l'identità della vittima e dell'assassino. C'è chi dice che la vittima sia Abele. Ma in questo testo evangelico vediamo un mistero, un omicidio misterioso, dal quale i nomi degli attori sono stati rimossi come per errore. Ci sembra di aggiungere qualcosa mettendo noi i nomi. Tutti gli esegeti pensano sempre di avere una prospettiva, una metodologia, un altro testo che vada oltre quello dei Vangeli. Non si rendono conto che fintanto che cercano i nomi generici o individuali delle vittime e dei colpevoli, negli specifici episodi di omicidio, restano imprigionati nella mitologia, non hanno ancora scoperto la verità. Per scoprire pienamente quest'ultima bisogna eliminare tutti i nomi propri, tutti gli elementi narrativi. Si devono sostituire gli elementi "favolosi" delle origini con la matrice semiotica, con il meccanismo genetico di tutti i miti e rituali. Questo è esattamente ciò che il testo evangelico fa e dice: all'inizio della cultura umana c'era l'assassinio e tutti gli esseri umani senza eccezione sono figli e figlie di quell'assassinio. Fino al giorno presente restano imprigionati in quella menzogna perché non ne hanno realmente smascherato l'operatività.

Se sono nel giusto, tutti gli approcci moderni sono regressivi e repressivi comparati al testo del Vangelo. In Giovanni, con una velocità vertiginosa ma con una chiarezza assoluta, viene spiegato un meccanismo, ne viene data la migliore formulazione, perché puramente astratta e universale, anche se la più facile da fraintendere. Ora noi capiamo che è la stessa cosa essere un figlio di Satana ed essere un figlio degli uomini che hanno ucciso i profeti. Il modo più sicuro per perpetuare le menzogne che sono radicate nell'omicidio originario e per generare altre menzogne è dire: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti».

L'assassinio originario è una fonte inesauribile di significati culturali falsificati e di valori nei quali non solo i farisei, non solo gli ebrei, ma tutta l'umanità è ancora imprigionata. La connessione in Giovanni tra Satana, l'omicidio, la falsità el'archè,il principio, è la stessa che c'è tra l'omicidio, la negazione dell'omicidio e la fondazione del mondo nei Vangeli sinottici. Fondazione e principio: il diavolo e Satana sono la stessa cosa e non sono altro che lo spontaneo meccanismo del capro espiatorio come fonte di tutte le religioni precedenti e di tutta la cultura umana, il meccanismo della simbolicità stessa.

Lungi dal dire cose radicalmente differenti ed essere radicati in un atteggiamento diverso, i Vangeli sinottici e il Vangelo di Giovanni dicono esattamente la stessa cosa. Lo sforzo poderoso dei critici moderni di smembrare il Nuovo Testamento così come l'Antico, e di costringere ogni testo a divergere dall'altro, assomiglia all'attitudine di molti classicisti verso il corpo delle tragedie greche. Dobbiamo sospettare che questa immensa impresa di dissociazione non sia innocente, deve essere parte di un tentativo di eludere il significato comune a tutti questi scritti, il tentativo di fuggire da un messaggio.

L'interpretazione tradizionale del testo tende a restringerne l'obiettivo agli interlocutori presenti nel testo stesso, i gruppi religiosi ebraici. Il titolo tradizionale, "maledizioni contro i farisei", ne è già un'interpretazione. Questa lettura è sbagliata. Possiamo asserirne la fallacia anche se nel testo arrivato fino a noi certi dettagli tendono, se non a supportarne la lettura tradizionale, a suggerire che coloro che l'hanno trascritto ne avevano una comprensione imperfetta. La lettura che noi forniamo è troppo potente, troppo fedele alla lettera per non mettere da parte quelle che sono piccole "pecche". Queste non sono sufficienti per screditare la nostra versione, che è sia coerente che efficace nella sua relativa complessità (lectio difficilior).Queste possono essere causate da certe sfasature degli scrittori del Vangelo, letteralmente sopraffatti dalla novità del messaggio che dovevano registrare, e possono anche essere mancanze in noi, segni della nostra protratta incapacità ad afferrare lo stesso messaggio nella sua interezza.

Qualsiasi sia il motivo, la lettura che propongo chiama in causa il lettore e indica che non può esserci un fraintendimento innocente di un tale testo. I Vangeli dichiarano costantemente di portare nel mondo qualcosa che non è mai stato udito prima. I commentatori danno per scontato che tale rivelazione faccia esclusivamente riferimento a questioni soprannaturali. La dimensione soprannaturale nei Vangeli è essenziale ma non può essere affrontata in modo corretto - cioè può essere confusa con una sorta di idealismo religioso - se l'aspetto umano della rivelazione non è percepito. C'è una dimensione nascosta del comportamento umano, la violenza, che è una parte essenziale della rivelazione:

«Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze» (Lc 12,2-3). Questo passaggio di Luca viene immediatamente dopo quello cruciale nelle "maledizioni" sulla nascosta connessione tra l'omicidio e la cultura religiosa (Lc 11,49-51).

Un altro testo che suggerisce come la rivelazione dell'origine della cultura umana sia una parte integrale della rivelazione di Gesù è il prestito di Matteo dal Salmo 78,2, posto sulla bocca appunto di Gesù: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13,35).

Se guardiamo alla lettura tradizionale delle "maledizioni contro i farisei" possiamo vedere che l'enfasi non è sulle cose che sono dette ma su coloro a cui sono dette, i diretti ascoltatori di Gesù, le persone con cui lui si sta confrontando personalmente. Il focus del testo è quindi ristretto, il suo scopo è depotenziato. Una rivelazione che concerne tutti gli uomini, tutti i sistemi culturali religiosi, diventa una denuncia solamente di alcuni, coloro che appartengono a una particolare religione. Non è insignificante, certamente, che i farisei siano gli immediati terminali del discorso. Ma il senso è piuttosto differente da quello solitamente immaginato. Se ci fosse sulla Terra una forma culturale religiosa - passata, presente e futura - che non meritasse le accuse proferite contro i farisei, i Vangeli non avrebbero lo scopo universale che i cristiani hanno sempre loro attribuito, e che tuttavia negano nella pratica restringendo all'ebraismo quelle conseguenze della rivelazione che vogliono tenere lontano da sé. Se il farisaismo non fosse stato la più alta forma religiosa mai vissuta dall'uomo fino ad allora, non potrebbe stare al posto di ogni altra forma religiosa. Le parole del Vangelo non raggiungerebbero tutte le forme culturali allo stesso tempo. Questo ruolo del giudaismo come rappresentativo dell'intera umanità sta insieme all'idea esposta nel Nuovo Testamento secondo cui l'elezione di Israele non è mai stata abrogata e mai lo sarà, e che gli ebrei hanno un ruolo privilegiato nella rivelazione della verità nella sua pienezza.

Anche il linciaggio di Stefano ha le caratteristiche strutturali dell'omicidio originario di cui stiamo parlando. Il linciaggio segue immediatamente le parole cruciali di Stefano, quelle che riprendono sempre le "maledizioni contro i farisei". Possiamo verificare la relazione paradossale tra questo omicidio e le sue motivazioni. L'omicidio originario si ripresenta per continuare a rimanere nascosto. Stefano viene linciato per mantenere nascosta la verità del linciaggio, che però è già svelata. È stata infatti appena espressa da Stefano, nel suo ripetere le parole di Gesù. La prova del fatto che è troppo tardi è che i protagonisti del linciaggio si tappano le orecchie mentre si gettano insieme contro di lui. La Passione di Gesù è preceduta dalla rivelazione dell'omicidio originario nelle "maledizioni contro i farisei" e in altri testi. La relazione tra la Passione e questi brani è la stessa che esiste tra il martirio di Stefano e le ultime parole del suo discorso. In entrambi i casi la rivelazione avviene sia per mezzo della parola che di ciò che accade. Prima viene la parola, poi l'azione, la quale conferma e corrobora la parola non perché coloro che commettono l'azione vogliono che la parola sia autenticata e confermata, al contrario. Coloro che commettono l'azione vogliono silenziare e reprimere la parola, ma senza volerlo la confermano, perché la Parola dice della propria soppressione ed espulsione.

Tutte queste precauzioni non servono. Ogni parola della vittima, ogni gesto di coloro che la rendono tale è implacabilmente registrata negli Atti. Ciò significa, ovviamente, che la violenza collettiva contro la verità, il tentativo di seppellire quella verità una volta ancora in una violenza unanime, viene ribaltato e si trasforma in una più chiara rivelazione: qualsiasi cosa che è nascosta, coperta, verrà alla luce. Prima abbiamo le parole, che ci dicono della violenta repressione della verità, ogni volta che la verità sta per essere pronunciata, poi abbiamo la violenta repressione stessa. Così le parole della rivelazione vengono prima e devono essere immediatamente confermate dall'azione. Così deve essere se la rivelazione è vera, dal momento che ciò che la rivelazione svela è la violenta repressione della sua stessa violenta verità da parte della cultura umana.

Possiamo capire perché la parola greca per testimone, martyros, ha finito per significare nelle nostre lingue moderne una vittima come fu Stefano. Essere testimone significa non solo ripetere le parole di Gesù, ma anche pagare per queste parole con la propria vita, e non in un qualche sacrificio irrazionale e senza significato, ma come testimonianza della verità di quelle parole, come una loro immediata verifica. È ovvio da ciò che abbiamo visto che al cristianesimo non spetta il monopolio delle vittime innocenti, non spetta nemmeno il monopolio di quelle vittime che muoiono con la verità della loro morte sulle labbra. D'ora in avanti tutte le vittime moriranno dalla giusta parte della verità, per così dire. Esse dicono che la violenza non appartiene a Dio, come gli uomini hanno sempre creduto, o all'elemento specificamente religioso delle religioni, come oggi si cerca di far credere, ma alla comunità umana e culturale come tale. E la comunità umana subito conferma questa rivelazione mettendo a morte il testimone.

Nel momento in cui comprendiamo il significato del martire, che non può essere riservato ai soli martiri cristiani, comprendiamo anche il significato di un altro importante aspetto delle "maledizioni contro i farisei", presente sia in Matteo (Mt 23,34) che in Luca: «Per questo la sapienza di Dio ha detto: "Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno", perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo» (Lc 11,49-50).

Perché la sapienza di Dio? Più gli uomini moltiplicano le vittime più rivelano la verità che vogliono negare, la verità della cultura umana. Non è colpa di Dio, ovviamente, che questa verità divenga accessibile attraverso sempre più vittime. È colpa dell'umanità, che disperatamente cerca di reprimere e di escludere la conoscenza che è sempre stata a sua disposizione.

«Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito» (Lc 11,52).

«A quelli che volevano entrare voi l'avete impedito». Chi possono essere? Possono solo essere gli ebrei, in quanto esposti all'Antico Testamento, all'ispirazione profetica che continua a svelare la verità della cultura umana, come abbiamo detto, ma non ci riesce mai pienamente. Se i farisei avessero voluto, avrebbero potuto compiere ulteriori progressi sulla medesima, strada, proprio come Gesù aveva fatto e stava facendo, invece essi avevano ucciso quell'ispirazione e immobilizzato la religione ebraica in auto compiacimento ritualistico. La genuina ispirazione si è inaridita ed è scaduta in un misero legalismo.

Una volta che la verità è allo scoperto, una volta che è stata scritta in un testo, non può più essere repressa. Dietro a tutti i linguaggi che tengono repressa la verità, il linguaggio della mitologia, il linguaggio della filosofia, o il linguaggio delle moderne ideologie, un altro linguaggio è all'opera, un altro Logos che non ha nulla a che fare con il Logos della cultura umana. Oggi la critica moderna è focalizzata sulla nozione di Logos,ovvero la stessa cultura umana nella misura in cui è una con il suo linguaggio. La critica contemporanea effettivamente mostra che il Logos nella sua interezza si sta come sfaldando. Questa critica può mostrare sempre di più come il significato sia stato assemblato e può dimostrare le falle logiche strutturali persino nelle più belle costruzioni della cultura. Io concordo pienamente con essa. Penso semplicemente che possa essere spinta molto più in là e che venga portata alle sue logiche conseguenze mano a mano che il ruolo della violenza in tutte le creazioni culturali diventa più chiaro. Una cosa però non va in questa critica, essa è distorta da un'illusione, la più strana e più durevole illusione di tutto il pensiero occidentale: l'idea che il Logos greco di Eraclito e il Logos giudeo-cristiano siano la stessa cosa. Questa illusione è già presente nel pensiero medievale, che vede il Logos di Eraclito come un precursore del Logos di Giovanni. È presente nelle scuole storiografiche moderne, che vedono il Logos di Giovanni come una copia e quasi una usurpazione del Logos greco.

È ancora presente in Heidegger, il primo che ha cercato di separare il Logos greco da quello giudeo-cristiano, ma senza successo, perché Heidegger vede la stessa violenza in entrambi. Questa assimilazione dei due Logos è più di un errore: è un fatto storico, è il più importante fatto intellettuale della nostra storia.

Per capire che i due non possono essere lo stesso Logos,ci vuole poco: basta accostare la definizione di Logos nel prologo di Giovanni. Sembra che una qualche invincibile distrazione ci abbia impedito finora di farlo veramente. Ciò non deve sorprendere. Queste righe ci dicono che il Logos giudeo-cristiano, Cristo come Logos,è veramente la verità che non è qui, la verità che è sempre rifiutata e rigettata. Non sorprende che non siamo stati capaci di leggerle: esse costituiscono la più diretta formulazione di tutto ciò che è in gioco nella nostra crisi culturale, nella disintegrazione del Logos greco e culturale. Un Logos costruito sulla violenza e il fraintendimento della violenza, il Logos dell'espulsione, mentre il Logos giudeo-cristiano è la verità espulsa, o meglio la Verità stessa, ancora espulsa e rigettata.

La luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta...
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,5.11).

(Traduzione di Andrea Galli)