Gesuiti, maestri nella scienza. Un’intervista di Lucia Capuzzi a Agustín Udías Vallina

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 08 /11 /2015 - 15:46 pm | Permalink
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Riprendiamo da Avvenire del 3/10/2015 un’intervista di Lucia Capuzzi a Agustín Udías Vallina. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Scienza e fede nella storia nella sezione Scienza e fede.

Il Centro culturale Gli scritti (8/11/2015)

Il più famoso, almeno negli Stati Uniti, è padre Emilio Sandoz, protagonista di The Sparrow di Mary Doria Russell. Vi sono, però, almeno altri sette romanzi di fantascienza che hanno come personaggio principale un gesuita-ricercatore. I campi di indagine variano dalla linguistica all’astronomia. La Compagnia come vivaio di talenti scientifici, invece, resta costante nell’immaginario letterario.

«Una lunga tradizione popolare associa i gesuiti alla scienza. Il che si fonda sulla realtà storica. Tanti ordini e congregazioni cattolici vantano studiosi di rilievo fra i loro esponenti. Gli agostiniani, ad esempio, hanno avuto una figura del calibro di Gregor Mendel. La presenza della Compagnia nel mondo scientifico, tuttavia, è stata continuativa, dall’esordio cinquecentesco fino alla contemporaneità. E ha avuto, sin dal principio, una forte dimensione istituzionale». Agustín Udías Vallina è la dimostrazione di tale consuetudine: il sacerdote gesuita è docente emerito di geofisica alla Complutense di Madrid e membro della prestigiosa Academy of Europe. La sua esperienza personale ha contribuito a portarlo ad indagare il rapporto plurisecolare tra i confratelli di Ignazio da Loyola e la varie discipline scientifiche.

Il risultato è Los jesuitas y la ciencia. Una tradición en la Iglesia (I gesuiti e la scienza. Una tradizione nella Chiesa) pubblicato in Spagna dal Mensajero e ora disponibile anche in inglese (Jesuit contribution to science: an history) per Springer. Il saggio non si limita a raccontare il contributo dato alla conoscenza dagli uomini della cosiddetta prima Compagnia, quella precedente, cioè, dello scioglimento, nel 1773. Udías Vallina offre, per la prima volta, una panoramica esaustiva anche dei gesuiti che, tra Ottocento e Novecento – dopo la restaurazione dell’ordine nel 1814 –, si dedicarono all’astrofica, alla geofisica, alla mineralogia, non trascurando paleontologia e biologia. Un caleidoscopio di 361 storie, arricchite da aneddoti e curiosità. «Ce ne sono molte altre, ma non ho potuto includerle per questioni di spazio», racconta il geofisico.

Da che cosa dipende questa “vocazione” scientifica della Compagnia?
«Vi è, innanzitutto, un fattore storico. La sua costituzione, nel 1540, coincide con l’esordio della scienza moderna. La Compagnia assume come priorità il lavoro in ambito educativo, con la fondazione di collegi – 600 solo in Europa – e università. Il fatto di non avere alle spalle una lunga tradizione dottrinale, come ad esempio dominicani e francescani, le permette di introdurre nei programmi le nuove correnti delle scienze matematiche e sperimentali. È emblematica, a tal proposito, la battaglia di padre Christopher Clavius per l’inserimento della matematica nei curricula scolastici, come base per lo studio dei fenomeni naturali, in contrasto con la tradizione aristotelica. Grazie al suo impegno, la Ratio studiorum impone a tutti i collegi di avere un docente fisso per la materia. A questo dato storico, si aggiunge la peculiarità della spiritualità ignaziana di essere una “mistica del servizio”. L’invito di Sant’Ignazio a «trovare Dio in tutte le cose» rende queste ultime, le persone, le circostanze, occasioni per incontrare il Creatore. Da qui, lo slancio dei gesuiti in ogni campo dell’umano, incluso quello scientifico. Quest’ultimo rappresenta, infine, una “frontiera”, ambito prediletto dalla Compagnia. Spesso, soprattutto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, scienza e fede sono state considerate lontane o addirittura inconciliabili. Gli studiosi gesuiti dimostravano e dimostrano l’esatto contrario. Nel 1954, il sacerdote, sismologo ed esploratore Daniel Linehan, fece incidere sulla base del calice: «Prima Messa nel polo nord magnetico».

I gesuiti hanno avuto un ruolo di primo piano nella diffusione delle scienze europee nelle cosiddette terre di missione.
«Già con Matteo Ricci e le sue traduzioni di Euclide, la scienza europea è arrivata in Cina. Il dominio da parte dei gesuiti di matematica e astronomia ha fatto in modo che l’imperatore affidasse loro la riforma del calendario: quello cinese presentava forti inesattezze a causa di tavole astronomiche carenti. Ciò ha consentito agli uomini della Compagnia di avere influenza a corte e minori ostacoli nella loro azione di evangelizzazione. In America Latina, sono stati i gesuiti i primi cartografi. Come José de Acosta, lo “scopritore” della pianta di coca e del mal d’altitudine».

Quale è stato secondo lei il maggior contributo dei gesuiti alla scienza?
«L’essersi battuti, fin dal Cinquecento, perché la matematica venisse riconosciuta a tutti gli effetti una scienza e studiata come tale».

Quale figura di gesuita-scienziato la colpisce in particolare?
«Ce ne sono molte. Athanasius Kircher, l’uomo che dicevano “sapeva tutto”. Si è dedicato ai campi più disparati: dalla matematica alla geofisica dalla peste ai geroglifici. Roger Boscovich, l’anticipatore della fisica atomica. Dei confratelli-scienziati più vicini, mi colpiscono in particolare quattro figure: Angelo Secchi, il pioniere dell’astrofisica; Stephen Perry, studioso dell’attività solare e del campo magnetico terrestre; James Macelwame, sismologo e unico gesuita membro della National Academy of Science e Pierre Teilhard de Chardin, ricercatore poliedrico e grande mistico».