1/ Scuola, l’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze, di Orsola Riva 2/ Obama contro i test scolastici. «Sono diventati un'ossessione». Le prove standardizzate, pietra portante del sistema educativo americano, sono sempre più contestate da genitori, ragazzi e prof. La sponda di Obama, di Orsola Riva

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /04 /2018 - 14:05 pm | Permalink
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1/ Scuola, l’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze, di Orsola Riva

Riprendiamo dal Corriere della Sera un articolo di Orsola Riva pubblicato il 17/4/2018. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Educazione e scuola.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2018)

Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington.

E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum.

Era il 2001 - presidente George W. Bush - quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi - ricchi o poveri - delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo.

Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 - presidente Barack Obama - la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media).

«Don’t know much about history»

La storia di questo fallimento educativo è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test.

Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli. Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo.

E nelle comprensione di un brano scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di lettura - le reading skills misurate dalle prove standardizzate. Come ha spiegato uno degli esperti che hanno partecipato alla riunione di martedì scorso, lo psicologo cognitivo Daniel Willingham, il fatto che i lettori capiscano o meno un testo dipende molto di più dalle loro conoscenze e dalla ricchezza del loro vocabolario che da quanto si sono esercitati con domande del tipo «Qual è l’argomento principale del testo?» o «Che conclusioni trai dalla lettura di questo brano?».

Se un ragazzo arriva alle superiori senza sapere nulla della Guerra civile americana perché non l’ha mai studiata a scuola, non importa quanti test ha fatto: farà molta più fatica a rispondere a qualsiasi domanda relativa a quell’argomento di un suo collega più colto anche se magari meno allenato di lui nei quiz.

Alzare l’asticella

Ma non basta. Come osservato da Timothy Shanahan, professore emerito all’Università dell’Illinois e autore di oltre 200 pubblicazioni sulla «reading education», il sistema dei test commette un altro errore gravissimo: quello di misurare le capacità dei ragazzi usando dei brani considerati alla loro altezza. Mentre al contrario diverse ricerche dimostrano che gli studenti imparano molto di più quando leggono testi che sono al di sopra del loro livello di competenze e che proprio per questa ragione li portano a sforzarsi arricchendo il loro vocabolario e le loro capacità di comprensione.

Perciò se vogliamo davvero migliorare le capacità di lettura degli alunni piantiamola di farli esercitare con i bugiardini dei farmaci o le istruzioni degli elettrodomestici. E semmai puntiamo su un curriculum ricco in storia scienze letteratura e arte che fornisca ai ragazzi una cassetta degli attrezzi - intesa come un sistema di nozioni e un vocabolario articolato - servibile per ogni occasione.

© Corriere della Sera RIPRODUZIONE RISERVATA

2/ Obama contro i test scolastici. «Sono diventati un'ossessione». Le prove standardizzate, pietra portante del sistema educativo americano, sono sempre più contestate da genitori, ragazzi e prof. La sponda di Obama, di Orsola Riva

Riprendiamo dal Corriere della Sera un articolo di Orsola Riva pubblicato il 26/10/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Educazione e scuola.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2018)

L'inizio è un colpo di teatro folgorante. Potus, acronimo per President of the United States, che fa un pop quiz su Twitter per genitori e prof. Ma come? Il presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, si è fissato pure lui con i test standardizzati tanto in voga in America?

Una cosa per volta. Partiamo dalla domanda. Se i vostri ragazzi avessero più tempo libero a scuola, come vorreste che lo impiegassero?, chiede Obama. Seguono le risposte «multiple choice». A) Imparando a suonare uno strumento musicale B) Studiando una nuova lingua C) Facendo coding, cioè programmazione informatica (un insegnamento di cui Obama è convinto sostenitore in quanto promuove un approccio non passivo ma autenticamente interattivo alle nuove tecnologie, ndr) D) E qui il presidente scandisce lentamente le parole, una sillaba dopo l'altra, e il tono si fa improvvisamente annoiato: «Facendo-più-test-stan-dar-diz-zati». «Se voi siete come la maggior parte dei prof e dei genitori americani - conclude il presidente - non sceglierete la risposta D. E - colpo di scena annunciato - nemmeno io».

Il movimento anti-test

Le prove standardizzate, pietra portante del sistema scolastico americano, sono sempre più contestate sia dai ragazzi che da genitori e insegnanti. Ed è abbastanza paradossale pensare che mentre nelle scuole italiane approdavano tardivamente - e non senza fatica - le prove Invalsi, nella «casa madre» dei test era già partito da tempo un acceso dibattito sulla loro reale efficacia.

In America gli episodi di boicottaggio si sono talmente moltiplicati negli ultimi tempi da prendere la forma di un movimento di disobbedienza civile vero e proprio, diffuso ormai in una buona metà degli Stati americani.

Parola d'ordine: «Opt Out», chiamarsi fuori dai test. Solo a New York la primavera scorsa quasi 200 mila studenti (il 15 per cento del totale) hanno boicottato le prove. Obama non può certo predicare la disobbedienza civile, ma il suo messaggio su Twitter offre al movimento una sponda istituzionale insperata e fortissima. Come presidente, naturalmente, Obama riconosce che sia giusto voler sapere come procedono negli studi i propri figli e poter «misurare» i progressi fatti. Perciò un uso moderato dei test va difeso. Ma solo se serve ad aiutare i ragazzi a migliorare. «Mentre invece - aggiunge - oggi molti genitori sono preoccupati dai troppi test a cui i loro figli sono sottoposti. E pure gli insegnanti, dice, sono così pressati dai quiz che perdono la gioia di insegnare».

La scelta di Barack

Ed è per questo che, con un repentino cambio di tono, papà Obama, da presidente degli Stati Uniti qual è, soggiunge: «I wanna fix that: voglio sistemare questa cosa. Ho chiesto al ministero della Educazione di intervenire aggressivamente sui distretti scolastici per essere certi che ogni singolo test che viene effettuato nelle nostre classi sia davvero necessario». Utile, e non d'ostacolo ai ragazzi e ai loro insegnanti.

Soprattutto Obama ci tiene a sottolineare che questi quiz sono solo uno degli strumenti di misurazione possibili: in un sistema convintamente meritocratico come quello americano, nessuno si sogna di contestare l'importanza della valutazione, tanto meno il presidente, ma il fatto è che la valutazione deve articolarsi su osservazioni di più ampio respiro - osserva ancora Potus -, a tutto tondo. Una tesi condivisa in Italia anche dalla presidente dell'Invalsi Anna Maria Ajello che in un'intervista al Corriere ha detto che sarebbe assurdo usare i test di elementari medie e superiori come criterio per la scelta della scuola migliore per i propri figli: le prove Invalsi sono solo una delle tante variabili che insieme al contesto socio-economico, alle dotazioni scolastiche (dalle palestre ai laboratori), al collegio docenti ecc., determina la «bontà» o meno di una scuola.

E lo stesso pensa Obama: l'insegnamento è molto più che compilare una casella. «Per questo - conclude - lavoreremo con le scuole, con gli insegnanti e con i genitori per liberarci dall'ossessione dei test e fare in modo che i nostri ragazzi si divertano a imparare. Per essere certi che vadano incontro a un futuro di successo».

© Corriere della Sera RIPRODUZIONE RISERVATA