Sull’ossessiva ripetizione che esista un “diritto” a morire. Non sarà mai vincente chi afferma: «Porto uomini che desiderano la morte come voi desiderate la vita», di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /06 /2019 - 14:09 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sotto-sezioni Vita, Dell'invecchiare e Del morire.

Il Centro culturale Gli scritti (9/6/2019)

Mi è tornata in mente, dinanzi alla ripetuta esaltazione della libertà di togliersi la vita, uno slogan pronunciato dai terroristi islamisti: «Porto uomini che desiderano la morte come voi desiderate la vita».

Khalid ibn al-Walid, generale di Maometto, inneggiava al jihad e, per spiegare le prime vittorie militari del califfato nel VII secolo, riteneva che l’islamismo fosse forte proprio perché tutti i suoi militanti erano pronti a morire, mentre il mondo bizantino del tempo preferiva la vita, la cultura, la gioia.

Ho sempre ritenuto che, invece, proprio questa fosse la debolezza degli islamisti, una debolezza che sempre e dovunque era da sottolineare, rispondendo: “Noi portiamo uomini che desiderano la vita, come voi islamisti desiderate la morte!”.

La fede cristiana - ma anche la cultura laica -  erano forti propri perché non desideravano la morte, ma la libera creazione, l’arte, il lavoro, l’amore, l’amicizia fra l’uomo e la donna, la libera ricerca della verità sull’uomo e su Dio, il servizio dei deboli, delle persone con disabilità, l'accudimento della vita, la generazione.

Perché desideravano la vita. Per questo gli islamisti erano e sono destinati alla sconfitta.

Oggi siamo, però, dinanzi al dramma della cultura laica. Al dramma delle sue posizioni sull’eutanasia - anche sull’eutanasia di minorenni. Al dramma di quell'atteggiamento culturale che è sempre supponente e ostile al dare alla luce bambini non programmati e che quasi invoglia a non generarne affatto, quasi che la maternità fosse una mortificazione e la paternità un abuso.

Di queste scelte si sottolinea di solito la dimensione morale: “Non è giusto”.

A me colpisce, invece, l’assenza del desiderio della vita. Si esalta il “diritto” a morire. Il “diritto” a togliersi la vita. Il “diritto” a non dare alla luce la vita. Il "diritto" degli sposi a non essere genitori.

Ma si tace del diritto a vivere sempre e comunque, del diritto a generare la vita sempre e comunque.

Si noti bene, del diritto, non del dovere!

Si tace del proprio diritto a scegliere la vita perché, in fondo, si è concentrati sulla morte, perché in fondo il desiderio di vita è flebile.

Si fanno manifestazioni per il diritto a lasciar morire, si elaborano progetti di legge che consentano di morire. Non si fanno manifestazioni e non si elaborano progetti di legge per permettere di sostenere chi è triste e prossimo alla morte, ma anche per permettere di dare alla vita in ristrettezza di mezzi.

Il buon senso, dinanzi ad un suicidio o all’aborto di un bambino malformato, o all’aborto di una minorenne, non giudica, ma si intenerisce, perché comprende che sarebbe stato meglio trovare il coraggio di continuare a vivere o di dare alla luce quella creatura. Il buon senso non condanna chi si suicida, ma di certo non equipara mai la scelta di chi si suicida a quella di chi cerca ancora le forze per continuare a vivere. Il buon senso non parla di diritto a morire, semmai si rassegna tristemente a chi si arrende: ha il coraggio di chiamare “resa” e non “diritto” il suicidio, proprio perché il primato è sempre quello della vita.

Questo è il nuovo dramma, impensabile alcuni anni fa. L’ideologia pretende che siano equivalenti la scelta di vivere e quella di morire.

Difficile è comprendere lo sfondo culturale di tale atteggiamento, sempre più invasivo nei media.

Certamente esso dipende dall’ossessione di non definire mai cosa sia bene e cosa male, in nome di un relativismo assoluto, consapevoli che se si affermasse che una scelta è migliore di un’altra – e che per questa scelta migliore l’intera società possa e debba pronunciarsi – tutto l’orientamento relativistico del pensiero verrebbe a cadere.

Certo è che questa cultura, che pretende di equiparare la scelta di morire alla scelta di vivere, non ha futuro. “Porta uomini che desiderano la morte, mentre noi desideriamo la vita”.

Tale cultura sta di fatto spegnendo in molti il desiderio di diventare padri e madri, sta spegnendo in molti il desiderio di opporsi al non senso in nome di un’assoluta neutralità dei fini, sta spegnendo in molti il desiderio di spingere l’uomo a mantenersi in vita, sta spegnendo in molti il desiderio di accudire un ragazzo che da anni non è più cosciente.

Ma non ha potere sulla maggioranza delle persone. Che invece continua a ritenere la vita preferibile alla morte, che si ostina a rifiutarsi di parlare di "diritto" all’eutanasia o all’aborto, anche se li accetta come scelte tragiche contro le quali talvolta – ma non sempre - non si può fare nulla.

Che non condanna chi si toglie la vita o chi non genera, ma che non equipara tale scelta a chi invece sceglie la vita. Che continua ad invocare aiuti per chi intende vivere e generare alla vita, chi intende aiutare chi ha vite fragili, fino all’estremo limite della vita.

Perché la vita è più forte della morte. Il dramma di una cultura che non preferisce la vita, sempre e comunque, è che diverrà prima o poi minoranza, incapace com’è di destare passione per la vita che nasce e per la vita che si sta per spegnere.

Chi pretende che vivere e morire siano due “diritti” equivalenti, non riuscirà a creare una cultura che appassioni alla vita. Tale ideologia è destinata, prima o poi, a non toccare più i cuori delle giovani generazioni, perché esse sorgono sempre di nuovo desiderose di innamorarsi della vita e non della morte.

Una tale cultura delle equivalenze è perdente, intristirà e si estinguerà secondo i suoi stessi presupposti. Diverrà cultura di élites, perché il popolo del buon senso amerà sempre, invece, la vita.

Il popolo semplice continuerà a non condannare una persona che non se la sente di far nascere un bambino, ma certo preferirà sempre chi dona la vita. Il popolo semplice non condannerà mai chi si toglie la vita, ma certo preferirà sempre chi sceglie di amare la propria vita, anche se è ferita e depressa, e farà il tifo per lui. E desidererà che l’intera società faccia sentire a quella persona il desiderio che scelga ancora di vivere.